13 July 2000 CAGLIARI Pagina 10
  
  
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Istruzione.
Insegnanti di sostegno e istituti impreparati: un dossier dell’associazione
Se la scuola è handicappata
Battaglia dei cerebrolesi per il diritto allo studio

«Se ti dicono che non capisci niente non crederci». Intanto perché non c’è un modo di vedere le cose uguale per tutti, e poi chi può dire con certezza di aver capito meglio di un altro? Lo slogan dell’Associazione bambini cerebrolesi di Quartu è stato confezionato per i disabili, ma non stonerebbe sulle pareti delle aule scolastiche, per ricordare che a scuola si va per imparare. Ognuno, poi, ci va con quello che ha: banchi e lavagne li hanno inventati per dare a tutti la possibilità di migliorare e valorizzare le proprie doti. Così non stupisce che la mamma di un bimbo cerebroleso citi con entusiasmo l’ottima pagella di suo figlio, o che la madre di Silvia (anche lei con lesioni all’encefalo) gridi al mondo che sua figlia, a dispetto di maestri a volte ostili, abbia conseguito la licenza elementare. Non meraviglia però, che siano troppi gli insegnanti impreparati e maldisposti verso i portatori di handicap. Neppure che i compagni di classe siano prevenuti e le scuole non abbiano mezzi per accogliere scolari che non portino tutti il grembiulino allo stesso modo.
Per questo motivo l’Abc-Sardegna ha intrapreso quella che chiama: “Azione scuola 2000, l’integrazione: un diritto per tutti”: una vera e propria battaglia, documentata in un dossier per difendere e garantire a tutti i disabili il diritto allo studio e all’integrazione scolastica. Le armi, schierate in campo fin dalla nascita del gruppo nel ’90, sono la formazione e l’informazione. La prima è rivolta ai docenti: nel ’99, autofinanziato dall’associazione con un centinaio di milioni, è stato organizzato un convegno al quale hanno partecipato 1.200 operatori, tra cui 600 insegnanti. Quest’anno un corso sull’autismo riservato a 30 persone è stato allargato a 240: un segno, come dice il presidente dell’Abc, Marco Espa, che c’è voglia di imparare. «Naturalmente ne organizzeremo altri» aggiunge, «il nostro obiettivo è valorizzare le risorse che si trovano sul territorio, a cominciare dalla scuola. Siamo contrari all’istituzionalizzazione dei nostri figli». D’altra parte, perché dovrebbero restare chiusi in centri o scuole speciali, lontano dagli altri?
Una legge recente, la numero 69, istituisce un Fondo nazionale con una cospicua dotazione finanziaria per realizzare progetti sperimentali nelle scuole. In generale, la legislazione italiana è tra le migliori al mondo: perché non approfittarne per dare ai quattromila alunni sardi con handicap l’istruzione migliore, oppure ai duemila insegnanti di sostegno una preparazione adeguata? A Cagliari i primi sono 1.758, gli altri 930.
«Quello che vogliamo» spiega la pedagogista Rita Polo, «è che le leggi siano rispettate: che gli insegnanti di sostegno siano nominati entro venti giorni dall’inizio delle lezioni, che le classi dove c’è un disabile non abbiano più di venti alunni, che sia garantita la continuità didattica». Dovrebbe essere rivisto il criterio, sproporzionato, che prevede un docente di sostegno ogni 138 alunni. Soprattutto, come si legge nel documento di rivendicazione dei diritti, la famiglia dev’essere protagonista nel processo di apprendimento. Insomma, la scuola non può fare a modo suo, come troppe volte accade: deve tenere conto delle opinioni e del contributo che i genitori dei portatori di handicap offrono.
«L’istruzione e l’integrazione sono un diritto, perciò non siamo disposti a tollerare violazioni», annunciano i soci (un centinaio) dell’Abc, che hanno inviato una lettera al ministro della Pubblica istruzione Tullio De Mauro e ai Provveditorati. È stato anche aperto un sito Internet (web.tin.it/abc_sardegna) e organizzato uno staff di legali che denuncerà ogni sopruso.

Franca Rita Porcu