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| Istruzione. |
| Insegnanti
di sostegno e istituti impreparati: un dossier
dell’associazione |
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| Se
la scuola è handicappata |
| Battaglia
dei cerebrolesi per il diritto allo studio |
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«Se ti dicono che non capisci
niente non crederci». Intanto perché non c’è
un modo di vedere le cose uguale per tutti, e poi
chi può dire con certezza di aver capito meglio
di un altro? Lo slogan dell’Associazione bambini
cerebrolesi di Quartu è stato confezionato per i
disabili, ma non stonerebbe sulle pareti delle
aule scolastiche, per ricordare che a scuola si va
per imparare. Ognuno, poi, ci va con quello che
ha: banchi e lavagne li hanno inventati per dare a
tutti la possibilità di migliorare e valorizzare
le proprie doti. Così non stupisce che la mamma
di un bimbo cerebroleso citi con entusiasmo
l’ottima pagella di suo figlio, o che la madre
di Silvia (anche lei con lesioni all’encefalo)
gridi al mondo che sua figlia, a dispetto di
maestri a volte ostili, abbia conseguito la
licenza elementare. Non meraviglia però, che
siano troppi gli insegnanti impreparati e
maldisposti verso i portatori di handicap. Neppure
che i compagni di classe siano prevenuti e le
scuole non abbiano mezzi per accogliere scolari
che non portino tutti il grembiulino allo stesso
modo.
Per questo motivo l’Abc-Sardegna ha intrapreso
quella che chiama: “Azione scuola 2000,
l’integrazione: un diritto per tutti”: una
vera e propria battaglia, documentata in un
dossier per difendere e garantire a tutti i
disabili il diritto allo studio e
all’integrazione scolastica. Le armi, schierate
in campo fin dalla nascita del gruppo nel ’90,
sono la formazione e l’informazione. La prima è
rivolta ai docenti: nel ’99, autofinanziato
dall’associazione con un centinaio di milioni,
è stato organizzato un convegno al quale hanno
partecipato 1.200 operatori, tra cui 600
insegnanti. Quest’anno un corso sull’autismo
riservato a 30 persone è stato allargato a 240:
un segno, come dice il presidente dell’Abc,
Marco Espa, che c’è voglia di imparare. «Naturalmente
ne organizzeremo altri» aggiunge, «il nostro
obiettivo è valorizzare le risorse che si trovano
sul territorio, a cominciare dalla scuola. Siamo
contrari all’istituzionalizzazione dei nostri
figli». D’altra parte, perché dovrebbero
restare chiusi in centri o scuole speciali,
lontano dagli altri?
Una legge recente, la numero 69, istituisce un
Fondo nazionale con una cospicua dotazione
finanziaria per realizzare progetti sperimentali
nelle scuole. In generale, la legislazione
italiana è tra le migliori al mondo: perché non
approfittarne per dare ai quattromila alunni sardi
con handicap l’istruzione migliore, oppure ai
duemila insegnanti di sostegno una preparazione
adeguata? A Cagliari i primi sono 1.758, gli altri
930.
«Quello che vogliamo» spiega la pedagogista Rita
Polo, «è che le leggi siano rispettate: che gli
insegnanti di sostegno siano nominati entro venti
giorni dall’inizio delle lezioni, che le classi
dove c’è un disabile non abbiano più di venti
alunni, che sia garantita la continuità didattica».
Dovrebbe essere rivisto il criterio,
sproporzionato, che prevede un docente di sostegno
ogni 138 alunni. Soprattutto, come si legge nel
documento di rivendicazione dei diritti, la
famiglia dev’essere protagonista nel processo di
apprendimento. Insomma, la scuola non può fare a
modo suo, come troppe volte accade: deve tenere
conto delle opinioni e del contributo che i
genitori dei portatori di handicap offrono.
«L’istruzione e l’integrazione sono un
diritto, perciò non siamo disposti a tollerare
violazioni», annunciano i soci (un centinaio)
dell’Abc, che hanno inviato una lettera al
ministro della Pubblica istruzione Tullio De Mauro
e ai Provveditorati. È stato anche aperto un sito
Internet (web.tin.it/abc_sardegna) e organizzato
uno staff di legali che denuncerà ogni sopruso.
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