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A B C

RISORSA HANDICAP – LA SCUOLA DELL’AUTONOMIA

CONVEGNO INTERNAZIONALE

CAGLIARI 1999 – AGGIORNAMENTO 2002

INTERVENTI ESCLUSIVI DI CANEVARO, ROCHE, IANES, TORTELLO, ZUCCHI, PETRI, MASALA, ESPA, IMPRUDENTE, NOCERA, MOROSINI, LUDI, GHEZZO, BELLINI, E TANTI GENITORI.

Giornate del 05/03/99 e del 06-03-99

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sezione 1 

sezione 1 sezione 2 sezione 3 sezione 4 sezione 5 sezione 6

 

 Moderatore: Nedo Pozzi

Allora io direi di incominciare. Io ho il compito di Moderatore di questo Corso di aggiornamento, quindi perché proprio non voglio rubare tempo al prezioso lavoro che si svolgerà qui in questa sala e in altre sale. Dico solo una impressione personale molto breve: nella mia qualità di pubblicista e scrittore che si occupa di temi relativi al mondo della famiglia. Sono particolarmente sensibile alla provocazione di questo evento che si sta’ per svolgere, procazione contenuta sia nel titolo, “Risorsa Handicap” sia nel logo simbolo diciamo così di quel Gabbiano ferito che vedete alle mie spalle, che vola più in alto di tutti e che in un certo modo fa da guida ad uno stormo di gabbiani “Normodotati”, possiamo chiamarli così. Oggi la provocazione con cui si misura ciascuno di noi è la società nel suo insieme e la diversità, e l’altro come diversità, una diversità che troviamo in ogni ambito e in ogni momento o nello straniero extracomunitario, nell’ammalato o nel disabile. È qui nascono gli interrogativi, si pongono dinanzi diversità come pietra di inciampo? O come ricchezza? Diversità come situazione di svantaggio? O come risorsa? Questo corso ha un tema molto specifico, l’Integrazione nella Scuola dell’autonomia progettare con la famiglia. Di questo si parlerà, ma sono convinto che se stiamo attenti  e se ognuno darà il suo apporto, sicuramente potrà venire fuori anche da queste ore da questi due giorni che passeremo insieme, risposte per questi interrogativi che sono così inquietanti per noi ma anche per tutta la società intorno a noi. Per l’apertura dei lavori do la parola a Marco Espa che è il Presidente di ABC Sardegna e vice presidente di ABC federazione Italiana

Marco Espa: dunque innanzi tutto ancora ci scusiamo veramente per questo disguido di stamattina, ma come potete immaginare la prima tornata dove ci sono tutti i materiali didattici ovviamente comporta una doppia fila ma comunque per i dettagli daremo appunto per quanto riguarda l’aspetto delle firme e degli aspetti organizzativi concreti che ci saranno. Vi prego di sopportare se ci saranno delle difficoltà, anche qui abbiamo due sale video collegate, ma ripeto noi come organizzazione non pensavamo una tale sensibilità da parte del mondo docente e gli operatori del mondo della scuola e vi posso garantire che qui sono presenti persone da più di 100 paesi della Sardegna oltre a vari ospiti a vari docenti che sono voluti comunque venire anche da fuori Sardegna. Io non mi dilungherò per ringraziare chi a fornito i patrocini, anche perché si è fatto tardi; abbiamo ricevuto messaggi da Ministro della Pubblica Istruzione: Luigi Berlinguer dal presidente del Consiglio Massimo D’Alema che si trova negli Stati Uniti il Presidente della Repubblica da varie autorità che come dire in questo senso partecipano a distanza a questo corso di aggiornamento. Volevo anche ringraziare i presidenti delle associazioni dei Bambini Celebrolesi  di tutta Italia che sono venuti qui e che veramente ringrazio per la loro partecipazione e per il contributo che potranno dare di una realtà che non è solo sarda ma nazionale ed internazionale si capirà in questi giorni perché; vorrei ancora ringraziare anche se è già arrivato il Sindaco di San Basilio che a voluto fare il corso con noi come docente, un vostro collega, e vorrei ringraziare in modo particolare tutti i relatori che hanno aderito al nostro invito, anche l’Ispettore del Ministero Serra che in seguito sentiremo, e poi tutti i volontari che hanno permesso, qua ci sono centinaia di persone che stanno lavorando per darvi il servizio migliore. Voglio iniziare questo intervento introduttivo con una esperienza della nostra associazione: circa un anno fa abbiamo chiamato le forze dell’ordine perché i responsabili di una scuola in Sardegna hanno fisicamente impedito l’ingresso nella sua aula una nostra splendida ed intelligente bambina cerebrolesa. Una violenza all’infanzia precedenti, un dramma per la famiglia e per la nostra associazione simile a quando la vita di un nostro bambino se ne va. Non voglio soffermarvi sugli incredibili e visibili motivi che hanno portato la scuola a non volerla goffamente a metterla in classe, ma due cose voglio evidenziare: la prima è il dramma  nella vita con i nostri bambini  non risiede in essi, loro sono la nostra felicità i figli prediletti, che creano in noi e negli ambienti che li circondano la vita la solidarietà la partecipazione una vera risorsa per tutti. Il dramma sta nelle persone negli uomini delle istituzioni che qualcuno ancora purtroppo vedono i nostri figli solamente chiusi in istituto lager magari dorato così non disturbano troppo e non rendono infelici le loro famiglie i loro compagnetti di classe. Questo episodio, la seconda riflessione che voglio fare, ha sicuramente contribuito a lanciare il corso di aggiornamento al quale oggi partecipiamo, poiché bisognava dire basta a questo contenzioso fra famiglie e istituzione scolastica. Bisognava cominciare a gettare ponti strutturali con il mondo della scuola e dare il nostro contributo per valorizzare tutti quei validissimi professionisti che molte delle nostre famiglie conoscono, quegli insegnanti che vedono la dignità di ogni persona umana in qualunque stato essi siano, e sono pronti  a mettersi sempre al servizio del bambino in collaborazione con la famiglia e con il progetto di vita che il bambino  la famiglia e tute le componenti portano avanti. Ci sembrava dunque che non potevamo essere difronte a questa difficoltà spettatori passivi ma che avevamo maturato nella nostra vita quotidiana una coscienza sociale propositiva, e che quindi fosse arrivato il momento di portare a vita pubblica l’esperienza della vita dura e meravigliosa che conduciamo con i nostri bambini, perché diventasse anche per la scuola una occasione di formazione per i dirigenti e per gli operatori. Quando uso il termine “bambini”, sono bambini sono ragazzi, però l’associazione è nata con questo nome. Non voglio dire che la nostra vita sia tutta rosa e fiori, sarebbe un grave errore rimuovere le sofferenze e la difficoltà che vivono un disabile e le nostre famiglie, ma, come altri racconteranno da qui, vogliamo dare l’immagine reale e completa. Possiamo garantirvi che le difficoltà molto spesso sono il trampolino di lancio per nuove conquiste, una vita fatta anche di grandi gioie personali e collettive di divertimento di persone che ci dicono che non dimenticheranno più l’atmosfera di gioia che hanno respirato nello stare con i nostri figli educandoli ed educandoci alla accettazione di se e dell’altro diverso da me, senza darsi risposte preconfezionate, ma credendo nella verità del rapporto. Vogliamo dare l’immagine reale dell’Handicap, meno sanitaria meno seriosa, più leggera più serena, affiancare le battaglie per i diritti con la bellezza del comunicare dello stare insieme; qualcuno penserà che questa può essere una operazione con ripercussioni estetico culturali e nulla più, voglio invece dimostrarvi, se è possibile, come questa realtà positiva può contribuire anche al risanamento della finanza pubblica e alla definizione del nuovo modo di legiferare per la razionalizzazione dello Stato sociale. Recentemente sono stato invitato ad una conferenza dove si discuteva del dopo di noi, e cioè, di cosa faranno i nostri familiari disabili quando noi non ci saremo più. Molti interventi sono stati interessanti da parte di vari esperti, ma il più bello di tutti è stato quello dell’Assessore dei Servizi Sociali di una città della nostra regione capoluogo di provincia, una persona molto educata delicata anche su queste tematiche molto gentile, una persona che fa il suo massimo anche per venire incontro alle esigenze delle persone più sfortunate di noi, ma la parte che mi ha colpito del suo intervento è stato quando ha spiegato che il suo comune aveva deciso di fare un investimento di centinaia milioni comprando un istituto al mare dove ospitare tutti gli handicappati per fare una vacanza, così che anche i genitori potessero passare un periodo di tranquillità liberati dal pesante fardello che queste persone rappresentano. Oltre a me erano presenti alcune famiglie, e vi dico la verità, ci siamo messi tutti a ridere, perché, oramai è automatico pensare che chi dice queste cose non sa o non ha capito quale è la ricchezza dei nostri figli, non solo per noi ma anche per la comunità che ci circonda, e questo ci fa chiaramente sorridere istintivamente; sono intervenuto e dovuto dire che io personalmente non sapevo se ero io il fardello di mia figlia o di mia moglie, quindi come dire potevo solo dire che per la mia esperienza, mia figlia non è certamente per un fardello. Ho dovuto dire che l’Assessore invece di investire in risorse pubbliche nel rinchiudere i disabili negli istituti inutili e costosi, pensasse ad abbattere le barriere architettoniche in tutti gli alberghi e le strutture ricettive della sua provincia e che favorisse le vacanze tutti uniti  della famiglia con disabile. Quello che volevo dire è questo, l’immagine che emerge da un politico che amministra delle risorse pubbliche era questa, cioè, l’immagine dell’handicap, triste, truce senza speranza, un fardello; in virtù di questa immagine però una Giunta Comunale compie atti amministrativi e spese inutili controproducenti che non rispettano nessun parametro di efficienza efficace legalità alla quale oramai  con le nuove normative bisogna attenersi. Ma quando si fa assistenzialismo tutto è permesso, e questa è l’immagine che alimenta un florido business degli istituti che fa dire ad un coscienzioso professionista alla nascita di un bambino handicappato: “lo lasci a noi la sua vita sarà infelice, ci pensiamo noi”, che altro non fa che creare il clima da tragedia che mette veramente in difficoltà le famiglie e la vita di ognuno dei membri di essa. I luoghi comuni pseudoscientifici come quello delle cerebrolesione uguale non intelligenza, vanno sfattati, possono anch’essi condizionare l’amministrazione nelle sue politiche sociali e anche il potere legislativo; per questo invece di starcene rinchiusi in casa vorremmo dare il contributo di esperienza e di competenza, delle famiglie dei Cerobrolesi, della loro vita dura ma meravigliosa, presentando i risultati e gli effetti le implicazioni e le ricadute sociali. Se il nostro obiettivo è quello di promuovere politiche sociali che sostengano la famiglia, anche quella in difficoltà, con servizi capillari sul territorio a misura personale, la scuola assume un ruolo strategico nel permettere che questo obiettivo sia centrato, come spero si sia capito, non cerchiamo parcheggi per i nostri figli, ma vera collaborazione, mi spiego: come molti di noi sanno alcune famiglie non resistono al carico mentale di tutti coloro che li circondano e che li invitano a chiudere i bambini negli istituti come scelta migliore per tutti e compiano questo gesto che è sempre drammatico. Questa famiglia alcune volte compie questo gesto perché non trova sostegno, servizi, ogni cosa che deve essere fatta è sempre un problema, vedi l’esempio della vacanza, non possiamo fare mai una vacanza, meno male che apre un istituto almeno qualche mese stiamo in pace. Immaginate invece una famiglia sostenuta, cioè, che riesce a guardare al di là del limite e viene aiutata la dove risiede, chiederà servizi territoriali di qualità, con grande ricaduta di benefici su tutta la comunità, e per rimanere al tema vacanza, che può sembrare marginale ma non lo è, non immaginate quanto beneficio dia il poter fare insieme una vacanza con serenità ad esempio senza barriere architettoniche, e quanto i problemi diventano più piccoli e come quel bambino non finirà mai in un istituto,e riguardo la scuola potete capire che con un rapporto conflittuale in ambito scolastico possa installare in una famiglia il “giornee” della disperazione che non c’è la farà mai e che forse e meglio rinunciare. Per questo la scuola può essere direttamente la protagonista del sostegno alla famiglia, quando si progetta insieme, quando si collabora, quando si discute anche animatamente ma senza che nessuna delle parti per principio si rinchiude dietro il paravento dell’esperto e della professionalità, vi posso garantire l’entusiasmo e la gioia delle famiglie per poter fare emergere il progetto di vita del proprio figlio. Anche grazie a voi ci sarà un bambino di meno chiuso in istituto lager; voi docenti diventate coessenziali allo sviluppo della vita dei nostri figli, e non solo dell’aspetto educativo, e si potrebbe dire che molti di voi partecipano al generale tipico dell’ambiente familiare, la famiglia si apre e sa ascoltare da chi ascolta. Potremmo parlare a lungo di questo argomento, e qualcuno lo farà in questi giorni, posso concludere dicendo: che anche le famiglie dei gravissime, e parlo di coloro che per motivi di salute non possono andare a scuola, perché non esiste il gravissimo che non può andare a scuola a meno che non ci sia il problema della vita, non vedono l’ora che la scuola si apra ed entri nelle case, cioè, sono sogni, io non credo perché progettare con una famiglia, diventare professionisti più competenti e capaci e secondo noi con maggiori soddisfazioni professionali, aprire le scuole nel caso in cui c’è il rischio della vita dell’allievo, significa fornire sostegno e diciamo la verità anche un modello dove la scuola creerà secondo noi dei nuovi posti di lavoro; aumentare la qualità del servizio per un disabili significa aumentare la qualità per tutta la classe, allora noi siamo pronti a costruire una alleanza ed una collaborazione stabile e duratura con voi, bisogna iniziare a dialogare, e per questo abbiamo voluto portare qui tre maggiori esperti italiani del settore ma mai ci saremo aspettati un così grande successo di iscrizioni per questa noi è già una risposta e la voglia di interagire di dialogare di capire; vediamo come andrà, ma di una cosa siamo già certi, che senza i nostri bambini non saremo qui presenti e per questo non finiremo mai di ringraziarli. Grazie

Moderatore: Nedo Pozzi ? Ora la parola al direttore scientifico di questo corso il Prof. Carmelo MASALA docente di psicologia dell’handicap e della riabilitazione all’università di Cagliari

Prof. Carmelo MASALA: un saluto ed un ringraziamento a tutti i presenti, perché l’adesione che c’è stata ad questo corso che ritengo anch’io decisamente superiore a quelle che potevano essere le aspettative e che mi fa porre così la domanda da dove possa derivare questo interesse, il quale sicuramente non deriva dalla diretta conoscenza che potete avere con le famiglie organizzatrici del corso, ma probabilmente dipende da altri fattori tra cui sicuramente il fatto che si tratti di discutere su quanto la famiglia possa essere utile a scuola ha il suo peso in questo tentativo di spiegazione. Io devo innanzitutto ringraziare l’ABC per avermi nella condizione di poter contribuire all’organizzazione di questo corso; devo dichiarare immediatamente, forse di avere dei meriti limitati rispetto a quanto è stato fatto, in quanto così a pensare quella che è stata la mia influenza sull’organizzazione scientifica del corso, devo dire che, a parte alcuni suggerimenti che specificamente dato, questi familiari erano già notevolmente orientati sulle persone da scegliere i suoi contenuti da svolgere nel corso, devo dire che questo fatto non mi meraviglia conoscendo la specificità e la caratteristica di queste famiglie. Devo dare qualche spiegazione su chi sono i genitori dell’ABC: in Italia o nel mondo esistono molte organizzazioni familiari di persone Handicappate, loro hanno una connotazione che li differenzia un po’, ma che rappresenta un fatto abbastanza importante, si tratta di farmi dire che hanno operato una scelta particolare rispetto ad altre famiglie che con la altre famiglie condividono il disagio la disgrazia di essere familiari di un soggetto con handicap, anche se poi la parola disgrazia potremmo anche attenuarla, però sicuramente così almeno per definizione il fatto che ci siano situazioni di handicap significa che siamo in situazione di svantaggio, per cui diventa un eufemismo non dare un significato abbastanza simile, dicevo, la specificità del loro essere oltre alla condivisione con le altre famiglie del fatto della presenza della persona handicappata, deriva dal fatto di essere delle famiglie che non si accontentano di quello che passa il convento; sono delle famiglie che hanno fatto tutti i cosiddetti viaggi della speranza nel tentativo di trovare meglio sulle soluzioni riabilitative e hanno girato tanto fin che poi delusi del loro girovagare non solo per l’Italia ma anche per il mondo, sono approdati a delle soluzioni che in qualche modo rispondevano alla loro esigenza primaria, cioè, quello di fare il massimo, e questo fare il massimo poi si tradotto il non fare da soli: si tratta di famiglie che si sono assunte direttamente il compito di svolgere in prima persona senza il ricorso giorno per giorno ai tecnici, quella che è l’attività riabilitativa, quindi oltre al normale carico che può derivare dal curarsi del proprio ma che presenta delle difficoltà oltre a questo ha fatto anche quello che normalmente fa un équipe riabilitativa, un terapista della riabilitazione, cioè, ha fatto direttamente a loro la terapia; la fatta su una base di un indirizzo generale fornito da tecnici, ma questo indirizzo generale è indirizzo che interviene molto sporadicamente con delle cadenze abbastanza l’una dall’altra diciamo una volta ogni sei mesi, per il resto per tante ore al giorno loro hanno condotto la terapia personalmente. L’hanno fatto in misura tale che sono stati anche criticati da essere molto spesso soggetti “ritroveri ristrosi”  a dei contrasti a delle denuncie. Qualche anno fa la cosa si è concretizzata in un rifiuto da parte delle autorità sanitarie a concedere dei benefici d’iridanti dal poter avere dei rimborsi per quanto riguarda i loro periodici viaggi per gli aggiornamenti e per programmi riabilitativi, tanto è vero che la questione è finita anche a livello di Ministero in modo tale che lo stesso a posto un interrogazione a dei tecnici chiedendo: ma questo che loro fanno è ammissibile o non è ammissibile in termini medici. Le conclusioni della Commissione Ministeriale furono, che non era possibile stabilire se ciò che facevano avesse o no un ruolo utile nei confronti del figlio, sta di fatto che questo contenzioso ha aperto una nuova ridiscussione sul il loro ruolo e il loro diritto di potere fare i terapisti e sostituirsi ai tecnici patentati. Io ho conosciuto questi familiari in occasione di queste contingenze e mi sono trovato a fare da mediatore da giudice del loro operato, poiché non sono una persona interessata allo studio alla analisi di situazioni, diciamo mi sono messo nella posizione dell’osservatore che distaccamente provava a tentare in proprio una sua valutazione, per questo sono stato anche devo dire nel mondo scientifico anche un po’ criticato per questa mia concessione di ammettere che fosse possibile che dei familiari assurgessero a compiti dei tecnici. L’essere tecnici in certo senso svolgere compiti che normalmente sono compiti di tecnici hanno una loro caratteristica, l’atra caratteristica è che alla quantità di riabilitazione impartita ha un livello tale che supera di gran lunga quello che normalmente viene svolto quando questo qualcosa viene erogato dalle autorità sanitarie; voi sapete le attività riabilitative di fatto si svolgono per una due ore al giorno, e queste sono le concessioni successive a queste provocazioni, si è sempre parlato di interventi riabilitativi limitati ad un ora a tre quarti d’ora al giorno. Ecco loro svolgono attività riabilitative che possono arrivare anche a dodici ore al giorno, ovviamente va poi analizzato nel dettaglio di chi si tratta questo svolgere attività riabilitative, perché non so , nell’ora di riabilitazione rientra anche il fatto che il bambino mangia è un atto riabilitativo che viene studiato ed elaborato come parte del processo riabilitativo. Però diciamo, questi due elementi, cioè, lo svolgere in modo che a me inizialmente era sembrato ossessivo, e svolgerlo in proprio rappresentavano la differenza sostanziale di queste famiglie rispetto alla altre famiglie, cioè, le cosiddette famiglie deleganti; nel nostro istituito abbiamo fatto anche uno studio, abbiamo cercato di capire se proporzionalmente a questo loro applicarsi nelle riabilitazione corrispondesse ad un corrispondente disagio, sapete che il cosiddetto carico familiare è un qualche cosa che riguarda il peso e le complicazioni, cioè, le complicazioni che possono derivare dal peso dello svolgere determinate attività di dover rinunciare a condizioni di vita normale che si traducono poi in conseguenze di carattere psicopatologico, depressione per dire poco. Sorprendentemente in questo studio abbiamo notato che queste famiglie non erano in condizioni psicologiche peggiori rispetto alle altre famiglie, ma anzi tutto sommato potevamo considerarle in condizioni psicologiche migliori. È abbiamo anche trovato la soluzione a questo fatto, cioè, la spiegazione, la quale derivava dal fatto che tutti questi genitori erano fermamente convinti di svolgere qualcosa di estremamente  utile per i loro figli è questa era la variabile che poteva spiegare la differenza la resistenza, cioè, questo stato di immunizzazione allo star male. Forse esistono dei casi, che vengono citati da altri tecnici di malessere di questi genitori, però devo dire che noi non abbiamo trovato neppure uno anche se il nostro studio ovviamente si è limitato alla Sardegna, ma si tratta sempre oltre 40 persone valutate, le quali stavano tutto sommato in condizioni di salute accettabili. La conoscenza che ne è seguita di questo impatto, naturalmente è una conoscenza fatta di dettagli, di giorno per giorno, così ho notato che erano dei genitori particolarmente attenti, dovendo fare una valutazione sui loro progressi, ho iniziato a questo punto ad utilizzare esattamente loro per potere avere degli elementi di valutazione ritenendo insufficienti i miei strumenti normali di valutatore; ecco allora, loro sapevano darmi dei particolari, e grazie a questi potevo raccogliere una quantità di dati che mi poteva permettere di tenere la mia coscienza in buono stato quando ogni volta ho sempre approvato la prosecuzione della metodologia. Questo è stato quanto io ho visto e ho conosciuto di questi genitori dentro le necessità di tipo medico. Il fatto però continuava a sussistere, che ritenevo esattamente positivo, il fatto era: che ,questo loro darsi da fare nella riabilitazione molto spesso i bambini non venivano scolarizzati, per cui l’effetto collaterale che ad un certo punto ci vedevo nell’applicazione estremamente vigile di questo approccio, era la limitata possibilità della scolarizzazione. Ormai il nostro rapporto aveva raggiunto un livello tale per cui quelli che ancora erano restii a questa scolarizzazione hanno accettato di scolarizzare i loro figli. A questo punto nasce la seconda parte della storia, la quale è: quando il genitore e questo tipo di genitore inserisce il figlio a scuola, riduce si la sua attività riabilitativa domestica, ma decide che a scuola si dovrà fare ugualmente tanto, il massimo, e decide anche ciò che lui fa a casa può avere del valore anche a scuola e che a scuola eventualmente ciò che viene fatto a casa deve essere una conseguenza logica di questo fatto riabilitativo. In effetti la parola riabilitazione forse non è neppure corretta, dovremmo usare il termine educazione, questo potrebbe dare ragione per alcune attività fatte a casa che venivano chiamate riabilitative che poi possano essere fatte a scuola poiché si tratta di attività educative. Ma quello che capita a scuola e che è iniziato un qualcosa di molto simile a quello che era accaduto nel modo medico, cioè, dei familiari diventano persone che vogliono fare i tecnici o che potrebbero essere scambiati per persone che vogliono fare i tecnici, per cui le cose non sono decisamente andate lisce, l’episodio riferito dal presidente si innescano in  situazioni di conflitto che vengono fuori e quando da parte degli insegnanti forse si è sentiti un po’ troppo invasi dalla richiesta da parte dei genitori di partecipare attivamente molto di più rispetto a quanto non fossero abituati a fare normalmente con i familiari. È vero che nella definizione del profilo dinamico funzionale nell’organizzazione del piano educativo individualizzato è previsto che la famiglia sia sentita, ma no ci dice quanto deve essere sentita, e i tempi che si possono dedicare a sentire la famiglia probabilmente sono relativamente brevi quanto poi forse sono anche brevi i tempi che si possono dedicare alla formulazione del piano stesso, cioè voi sapete che io so quale è il carico e quanto venga fretta quando facciamo le diagnosi funzionali, posso immaginare quindi anche il profilo dinamico funzionale anche per il piano educativo individualizzato ci voglia del tempo e che comunque sia una incombenza che si cerca di risolvere in tempi più ristretti possibili perché tutto questo porta via del tempo a tutto resto, però ciò riduce quella che è la possibilità di ascoltare la famiglia. Penso di avere superato il mio tempo, però voglio dire questo; in questo corso di aggiornamento aleggia questo problema: in che modo la famiglia deve entrare, quanto deve entrare, e che rapporti ci devono essere nei confronti dei familiari che pensa di saper fare ma molto spesso sa anche fare ed in qualche modo è arrivato ad avere il diritto di essere riconosciuto attore e non partecipante di questo processo. Ringrazio per l’ascolto.

Moderatore: Nedo Pozzi ? Ecco, allora il nostro corso è stato brillantemente introdotto e adesso andiamo avanti con una serie di relatori che al termine delle loro esposizioni accettano la possibilità di una domanda o due su quello che hanno esposto. Naturalmente siccome sono relatori che dirigeranno anche i workshop del pomeriggio, pregheremo proprio perché abbiamo i tempi molto stretti, di ridurre al massimo ad una domanda e sfruttare il dialogo il colloquio con loro nel pomeriggio. Cominciamo con la nota internazionale del nostro corso che è data dalla presenza tra do noi di Roberto Roche Oliver Direttore della Divisione di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione dell’Università di Barcellona in Spagna che ci parlerà appunto, il titolo del suo intervento: Il valore prosociale della persona e della famiglia per una cultura dell’essere.

Roberto Roche: un saluto molto cordiale a tutti un ringraziamento all’organizzazione che ci ha permesso di stare qui con voi. Ascoltando quelli che mi hanno preceduto nell’intervento mi rendevo conto dell’importanza di questo nostro incontro qua. L’importanza di questo incontro in un epoca come quella in cui viviamo nella quale siamo coscienti che tutti i fenomeni dei rapporti umani sono ogni volta più relazionali, viviamo nell’epoca che leggiamo da diverse teorie sistemiche, tutti siamo in rapporto. Tutti i sistemi coinvolti, e qui ne abbiamo parecchi, mi rendo conto che c’è rappresentato la scuola la famiglia, la persona; dentro questi sistemi ci sono dei professionisti, i genitori le persone con handicap e non, tutti quanti con una sensibilità molto speciale verso i rapporti umanitari e verso i punti centrali della convivenza, della crescita della persona, dell’individuo del rapporto dell’armonia sociale. Questa per noi è una ottima occasione per dimostrare la nostra, da una parte esperienza il nostro saper fare; abbiamo questa responsabilità di poter dire cose valide per il mondo dove viviamo. Noi siamo gli specialisti, tutti quanti la scuola, la famiglia, le persone che stanno all’interno di questi sistemi, siamo in un epoca di relazionalità di rapporto, siamo invitati alla reciprocità, e di questo siamo ben coscienti tutti quanti. Ma forse oggi più che mai dobbiamo prendere come punti di riferimento su alcuni punti centrali per vedere a che punto siamo come esami come analisi anche come punto di partenza per una ottimizzazione sia dei nostri sistemi professionali, si dei nostri sistemi che occupano la nostra vita. In questo senso direi che se noi prendessimo tre livelli di attuazione di vissuto rispetto a questa coscienza, possiamo dire che avremmo un livello cognitivo dei pensieri dell’idee che in certo modo reggono o dovrebbero reggere la nostra condotta, ma non solo questo livello è sufficiente sappiamo che c’è una grande distanza fra i punti cognitivi, mentali, e quelle che sarebbero il livello le attitudini o degli atteggiamenti o delle disposizioni per attuare, allora un secondo livello; e poi ci sarebbe il livello dei comportamenti, il terzo, cioè, il comportamento delle condotte delle azioni concrete. Allora direi che siamo ben ubicati nel primo punto immagino della coscienza rispetto a questa relazionalità, ma dobbiamo chiederci, gli altri livelli, la disponibilità e poi le azioni concrete diciamo reagire e per costruire il tessuto sociale, a che punto siamo con questa  scala sociale, perché non basta lo sappiamo avere alcuni punti chiari a livello cognitivo dobbiamo essere motivati per potere passare all’azione, in questo senso direi che tocca a me in questa sede puntare sui valori; i valori per gli scienziati è un terreno scomodo, scomodo perché viviamo in periodo di una pluralità ideologica bella, e dall’altra parte perché noi scienziati siamo abituati a poter proporre cose dopo averle valutate comprovate e proposte dopo ricerche empiriche, ma penso che ogni volta di più dobbiamo anche noi professionisti, scienziati, proporre delle decisioni su alcuni punti forti che promuovano questa motivazione che promuovano la coerenza fra la cognizione gli atteggiamenti e le azioni. Io vi propongo tre fasi: dall’82 stiamo lavorando sulla prosocialità, sui comportamenti prosociali, non so se in questi minuti potremmo approfondire sulla validità e i benefici dei comportamenti prosociali, ma prima di questo e ne avremo occasione nell’workshop, vorrei citare i tre valori che potrebbero essere nella base di questa proposta: prendiamo il primo di questi valori che proponiamo che appunto recentemente abbiamo celebrato nell’anniversario della sua proclamazione, questa dignità della persona indipendentemente dai suoi attributi , della razza, della capacità, delle risorse, delle classi sociali della religione della ideologia, questa considerazione come un diritto umano della dignità che per noi psicologi ha a che fare con l’autoconcetto e l’autostima, nel senso che la relazionalità permette la costruzione dell’autoconcetto e dell’autostima, ma anche qui possiamo fare la riflessione che abbiamo fatto un momento fa. Questo valore è molto pertinente in collettivi di persone che debbono essere specialisti per il suo ruolo e di esperti, il ruolo di attenzione diretta alla persona in genere soprattutto persone che hanno il rischio di non essere considerate degne o di essere di minoranze differenti con handicap etc. Anche qui possiamo vedere e dire, siamo d’accordo sicuramente sul diritto umano della dignità …….assoluta senza attenuanti, ma questo è un valore a livello cognitivo e anche a livello di atteggiamenti e di azioni. Noi dobbiamo proporci per diffondere l’importanza del vissuto della dignità dell’altro non basta essere d’accordo, tutti i collettivi direbbero che sono d’accordo che l’essere umano merita la considerazione, ma quando arriviamo alla vita al concreto, cosa succede a casa, dentro della famiglia? Come si tratta il terzo? La persona anonima. Alcune volte succede che la scuola lavora per questa dignità questa considerazione ma a casa i genitori si lasciano insultare tranquillamente, quindi vediamo che la considerazione teorica tutti siamo d’accordo, poi nel concreto rispettare in modo profondo il valore della persona che prende limiti, che non ha limiti e che deve prendere anche in considerazione il nemico o la patria aliena o anche la persona cattiva, a che punto siamo nel percorso educativo sul vissuto per la considerazione per l’altra (fine cassetta)

(inizio cassetta) l’antipatia con l’invidia con l’odio e li che dobbiamo entrare e considerare a che punto viviamo la dignità della persona e noi come esperti come modelli di persone che sottolineano questo valore in che modo lo esercitiamo in campo professionale, ma non solo, nella nostra propria vita, perché abbiamo detto che la relazionalità è dappertutto nel modo in cui noi viviamo, per strada, a casa con i nostri parenti, tutto ciò influirà nel nostro ruolo professionale, e inversamente il ruolo professionale avrà incidenza sulla nostra vita personale e familiare. Allora primo valore: dignità della persona, rispetto, considerazione; secondo valore: eterostima, stima per l’altro, per la differenza, per la diversità; dobbiamo prenderlo a livello cognitivo. Qui ci potrebbe essere un dibattito, non tutti siamo d’accordo che le persone devono vivere in un certo decentramento per l’altro in un certo… in spagnolo diciamo “desplasamiento” una certa rinuncia del sé in favore dell’altro una certa accoglienza dell’altro che contrariamente a quello che si pensa non è perdere ma arricchirsi dell’altro, allora a livello mentale cognitivo siamo tutti d’accordo, in una scuola potrebbero esserci dei genitori che non siano d’accordo, qualcuno dirà: io ho eterostima per miei figli e la mia famiglia, ma per le persone anonime, o per quella persona che mi è antipatica, li non arrivo alla eterostima, alloro un valore che già è un po’ discutibile ma che io direi che in termini psicologi se vogliamo fare uno scatto della psicologia individualistica, assolutamente centrata sull’io e che al massimo arriva ad equiparare l’individuo…….per sapere difendere i diritti va molto bene ma allo stesso tempo non è sufficiente per creare un tessuto sociale fatto di dinamiche positive che porti non solo ad una pace passiva ma ad un tessuto di costruzioni di rapporti di relazionalità e di reciprocità. Anche qui dobbiamo scendere dal valore cognitivo all’atteggiamento, se accettiamo che è un valore l’eterostima, le grandi religioni lo propongono, le persone che sono coinvolte in una trascendenza avranno un livello cognitivo più forte, ma poi bisogna pensare alle ideologie che  mettono l’umanità in un punto forte; possiamo chiederci in modo assoluto, in modo trascendente, ma scendiamo verso il concreto: che disponibilità, dove porta questo valore cognitivo? E poi il più concreto nelle azioni concrete della vita del mio ruolo professionale. Allora eterostima che sarebbe al  base  della prosocialità dei comportamenti prosociali, credo nei documenti che avete con voi, esiste la definizione su prosocialità di certi benefici e vantaggi non solo per l’altro, perché essere prosociali vuol dire beneficiare gli altri senza aspettare una ricompensa, successivamente ha avuto delle modifiche e delle sfumature importanti, nel senso che, la prosocialità non è solo altruismo e alle volte non si confonde con l’altruismo, questo a volte mette il punto di rilievo sull’autore sull’eccellenza dell’autore, la bontà, l’eroicità, la santità, il sacrificio etc., ma come eccellenza dell’autore, invece la prosocialità mette l’accento sul ricevente e lui che deve dire se quell’azione va bene se è funzionale e poi se queste azioni sono di reciprocità, perché le azioni in favore dell’altro, sono come delle onde espansive e noi non siamo tante volte coscienti aspettiamo subito la reciprocità anche in senso di scambio e di ritorno; invece dobbiamo essere molto coscienti che quando esercitiamo un azione prosociale per un altro questo non rimane indifferente, ad ogni modo mi sembra che tutti abbiamo sperimentato che alle volte quando riceviamo un’azione di aiuto di solidarietà di conforto etc, noi cambiamo i nostri sentimenti i nostri pensieri in quel momento come riceventi dell’azione prosociale siamo più predisposti, statisticamente si sa che aumentano altri comportamenti prosociali alle volte non verso l’autore ma per altre persone; quando siamo in questa condizione, che le azioni prosociali non ci abbiano inviato dei messaggi di incompetenza o di indipendenza o di abbassamento di autostima perché anche questo può succedere, se si hanno queste condizioni positive vediamo che questa onda espansiva aumenta è un modo di costruire il tessuto sociale attraverso queste azioni, perché ripeto, il ricevente modifica i suoi pensieri i suoi sentimenti, allora tutte le cose che tocca a partire da quel momento hanno più possibilità di migliorare di essere anche con terze persone in una disposizione diversa e di questo l’autore non si rende conto, alle volte ci sembra che un azione prosociale finisce li con quella persona, invece se noi vedessimo il percorso di queste onde espansive rimarremmo sorpresi di queste possibilità che le azioni positive producono nel nostro ambito nel nostro contesto. Quindi se noi fossimo coscienti anche non solo individualmente ma collettivamente di questa forza, sarebbe una grande coscienza per aumentare la motivazione per sentirci non solo costruttori di azioni interpersonali positive ma di onde espansive per la costruzione di questo tessuto diciamo collettivo e sociale. Come terzo punto: la comunicazione di qualità. Penso che la responsabilità di attuare con il rispetto e la considerazione  massima per la dignità dell’essere umano  con l’eterostima e la prosocialità diventa in concreto nei rapporti umani si traducono in dinamiche di comunicazione, la proposta e l’assunzione e l’impegno per migliorare la nostra comunicazione. In questo senso mi sembra che un modello di comunicazione di qualità dovrebbe avere dentro, questo stile di indicazione di motivazione di intenzionalità e di provocazione positiva della reciprocità attraverso una comunicazione di qualità di cui ne parleremo nel workshop, si può anche analizzare a secondo dei diversi componenti per esempio: i componenti brevi alla comunicazione, quel sorriso, quella prima attenzione, quella disposizione del corpo verso chi ci parla, quei primi secondi di una comunicazione che ha grande responsabilità verso le sequenze posteriori della comunicazione anche prima di iniziare la stessa, gli si gioca già il successo della comunicazione posteriore; o per esempio “l’empatia” l’ascolto profondo l’accettazione dell’altro anche negli aspetti negativi. Allora per costruire questa “empatia” ci vuole una grande disponibilità e una grande motivazione per fare spazio all’altro per accoglierlo per potere stabilire questo rapporto, mi sembra che qui in questo rapporto in questa relazionalità è la base del valore della persona non dipende solo di una coscienza di una autopercezione ma di una possibilità del ruolo dell’altro nella costruzione di questa dignità di questa autostima propria.Grazie Moderatore: Nedo Pozzi ?   qualche domanda per il Prof. Roche? Oppure si riserva al pomeriggio durante il workshop per porla. Abbiamo la gioia di avere tra di noi il Prof. Canevar che arrivato ora lo invitiamo a salire sul palco, grazie. Adesso è la volta del Dott. Rizziero Zucchi, collaboratore di scuola e di didattica formatore del Centro Studi Ericksson e redattore di handicap e scuola di Torino. La sua relazione si intitola “Il ruolo dei gravissimi nella famiglia e nella scuola a vantaggio della società”

Dott. Zucchi: qui davanti in prima fila c’è un bellissimo ragazzo che si chiama Paolo e che sprizza gioia da tutti i pori, fa la terza media e probabilmente andrà in prima liceo, credo per questo che sia così felice anche perché vicino ci ha mamma e papà e hanno fatto un  bel progetto di vita. Paolo è un esperto, direbbe Andrea Canevaro, in sedia a rotelle sa e conosce alla perfezione la sua situazione oltre ad avere davanti una bella carriera farà il liceo farà l’università farà un sacco di cose. Lo stesso pensiero mi corre ad Alice, una ragazza di Sassari che è a Torino dopo essere stata all’ospedale Rizzoli perché aveva una malattia oncogena, oncologica alle ossa, avendo delle metastasi adesso è a Torino. Anche lei contrariamente a quanto la gente pensi sprizza di gioia perché sa che può continuare a studiare  può continuare a fare dei progetti e la sua vita è in questi progetti; allora io credo che e a questi esperti a pieno titolo che noi dobbiamo volgerci ed imparare e imparare a collegarci a fare quello che sottolineava Marco Espa, e devo dire buon lavoro all’ABC, perché, dai nuovi eroi adesso è stata fatta una ottima strada. Bene, quello che loro sottolineano è questo grosso collegamento, cioè, Paola è felice anche per la scuola, Alice è felice perché sa che docenti andranno alla camera sterile in cui si trova quindi non c’è tristezza ma c’è impegno c’è voglia di lavorare,  di studiare, c’è voglia di lavorare verso il futuro; allora io credo che sia Paolo che Alice ci aiutano a fare questa cosa fondamentale che è il collegamento tra scuola e famiglia e credo che la presenza qua di 500 e più docenti chiamati dai genitori ad un corso di aggiornamento in cui gli stessi hanno scelto hanno organizzato in modo meraviglioso sia una risposta, la più positiva possibile, a quello che è il futuro della scuola e della famiglia, cioè il collegamento tra questi due, e permettetemi di aprire una parentesi, dato che anche la presenza del Prof. Roche ci fa pensare anche alla dimensione europea, in Francia il Ministro Croix D’Allegre stipula dei contratti con guardi privati da mettere davanti alle scuole, a New York c’è il Metal Detector, cioè, si danno soluzioni di ordine pubblico a quelle che potrebbero essere soluzioni educative risolvibilissime nel rapporto scuola e famiglia. Allora io credo che nell’educazione del terzo millennio, al quale stiamo andando, questo collegamento sia obbligatorio e l’indicazione del futuro l’abbiamo qua oggi in questa dimensione di collegamento scuola famiglia in questo corso che ha proposto l’ABC al quale hanno risposto 500 docenti. Noi ci rendiamo conto che in fondo la disabilita era quello che diceva giustamente Marco Espa, cioè, indica le strade del futuro, quello che ha sempre indicato giustamente Andrea Canevaro, diceva il testo di una casa editrice: guardo continuamente avanti e indietro, e guardare avanti vuol dire le sfide del terzo millennio, guardare indietro vuol dire, all’esperienza, io mi ricordo ad esempio quando ci indicava Andrea l’esperienza di questo francese “Segin” che nella meta del 800 diceva: tutti anche quelli con questo nome stupido, idiota, che tra l’altro idiota vuol dire: persona comune, normale, sono educabili. Allora io credo che questa sfida anche scientifica sia stata, e venga raccolta, ci  propone una nuova visione della disabilita, cioè, chi ci unisce adesso docenti e genitori sono i nostri figli alunni, e in particolare i nostri figli alunni disabili, che propongono quello che è il modello di una scuola nuova, di qualità. Qui c’è un ispettore, spero che parlerà di questo al Ministro, credo che gli vada mandato questo messaggio, che scuola di qualità è scuola dell’integrazione e tutte le volte in cui i docenti, hanno dovuto proporre l’integrazione abbiamo dovuto alzare il livello della scuola per tutti, io non posso parlare in astratto devo parlare in concreto, quindi nel momento in cui io ho dovuto integrare una ragazza sorda nella mia classe, faceva la prima superiore, ha avuto dei grossi problemi, io però ho pensato che infondo dovevo chiedere aiuto, e lo fatto chiedendolo alle maestre. Voi sapete come la scuola andrà verso questo collegamento verticale, anche infondo il futuro cioè i cicli vuol dire la possibilità di collegare elementari, medie e superiori, allora la maestra mi ha detto: guarda per insegnare ad Eleonora ragazza sorda tu guarda lei tutte le parole che tu dici devono essere filtrate attraverso la sua capacità di comprendere, quello che lei non capisce lo devi spiegare. Era una strada lunga che indicava questa maestra, di fatto una strada che è stata estremamente positiva, perché tutte le parole che non capiva Eleonora non le capivano gli altri ragazzi, allora è diventato una scuola di qualità. Noi sappiamo che viviamo nella civiltà dell’immagine e noi non abbiamo più la possibilità di imparare queste parole, mentre invece al servizio dei sordi c’è questa possibilità. Noi ci rendiamo conto, noi docenti, che l’integrazione è stato un grosso messaggio di qualità, è stato un grosso messaggio verso il discorso dell’autonomia ne abbiamo sempre parlato di individualizzazione dell’insegnamento, ma solo la disabilita ci ha stimolato concretamente a produrre dei piani indicativi individualizzati che proponevano in fondo la individualizzazione e l’insegnamento, la collegialità è un pasticcio terribile non sappiamo collegarci, noi siamo gli insegnanti della carta assorbente che non facevano copiare quindi non sanno aiutarsi tra di loro, bene, la disabilita ci ha obbligato ad aiutarci. Quando noi ci siamo trovati nel gruppo “PEI” a dover discutere su un progetto, un piano educativo idealizzato, la era collegialità, oppure adesso il futuro dell’autonomia, sarà che sempre meno da Roma verranno risorse e indicazioni, sarà sempre più il territorio, ma noi nella scuola, che in fondo che era qualche volta una terribile fortezza isolata all’esterno ha dovuto chiedere aiuto, quando entrava un disabile, ha dovuto chiedere aiuto all’USL, al comune, ha dovuto favorire questo osmosi tra scuola e territorio che è stata però garantita dalla lotta dei genitori e dalla lotta dei nostri ragazzini disabili, e non dobbiamo rendergli la vita difficile, soprattutto ai genitori, la scuola credo che sia estremamente aperta, il problema che poneva Marco Espa all’inizio è un problema di poca conoscenza, di rapporto difficile, però grazie alla disabilita questo che è in fondo la qualità della scuola del futuro sta andando avanti; anche perché si sta proponendo lentamente quella che è una visione completamente diversa dell’handicap, quella che proponeva Marco Espa, cioè lui diceva in fondo l’handicap è un grosso momento di qualità, di invenzione, di creatività di possibilità di cercare il nuovo, e bene, è una risorsa. Ora possiamo dire che queste indicazioni che dava un genitore con coerenza scientifica, sono delle indicazioni che vengono anche dalla scienza. Noi incominciamo a vedere in termini evolutivi quella che è l’integrazione, cioè, cominciamo a pensare che la diversità forse propone quello che è il futuro dell’educazione. Noi lo vediamo a livello globale, le case produttrici, ad esempio di genere alimentare, hanno dei grossi depositi in cui hanno le piante che sembravano le piante cattive, sappiamo come andiamo verso una omogeneizzazione che è terribile; ad esempio una pianta ogni sei ore di specie botanica sparisce, sparisce la diversità e spariscono quelle che sono delle risposte diverse a problemi diversi. Ad esempio una pianta che è la primula del Madagascar che stava estinguendosi, a dato la possibilità di creare una molecola che sta aiutando le sofferenze dei bambini con la leucemia. Lo stesso problema lo vediamo molto concretamente, altre molecole vengono preparate da piante che stavano sparendo, cioè da piante cattive da erbe che noi ad un certo momento noi non accettavamo, non erano erbe utili ma inutili, è in fondo quello che diceva Marco Espa, cessate di occuparvene andate a divertirvi e fate carriera non guardate la cosa più importante che ad un certo momento è il futuro del figlio che sarà anche il nostro futuro, cioè, il figlio disabile. Allora noi ci rendiamo conto che stiamo negando al possibilità del futuro evolutivo dell’umanità, vorrei fare un esempio molto concreto: le giraffe, hanno la possibilità di avere una reale, quello dell’acacie  su cui mangiare, e non che in fondo sia nata in modo “Lamarchiano” una giraffa alzando la testa, è nata una giraffa handicappata, dal collo lungo, con tutta la possibilità di brucare sull’acacie ed ha salvato una specie. Ci rendiamo conto che le indicazioni scientifiche che dava un pedagogista, più che psicologo, che si chiamava “Digoschi”, erano esatte. Io sono stato molto felice di trovare le citazioni fatte da Andrea Canevaro, “Digoschi” dice: l’handicap propone strade diverse per problemi diversi, se un ragazzino con handicap raggiunge gli stessi livelli di un ragazzino normale lo fa attraverso delle strade laterali che sono strade che servono a tutti e che costituiscono una testimonianza educativa che servirà a tutti, il futuro. Allora noi dobbiamo guardare con occhi diversi; io però vorrei portare gli esempi concreti, perché non si può parlare in termini astratti, noi sappiamo che uno dei grossi problemi a livello scientifico che la fisica si propone è l’origine dell’universo e il maggior esperto di origine dell’universo che siede sulla cattedra che fu di Sir Isaac Newton si chiama “Owking” e noi sappiamo che questo personaggio è un handicappato, la sua situazione è talmente grave che non parla neanche, ma parla con una sintesi vocale, eppure lui dice: le mie ricerche le mie intuizioni non le ho fatte quando ero giovane; lui ha incominciato ad ammalarsi verso i vent’anni con una malattia degenerativa, cioè, si demializzano praticamente gli assoni delle fibre nervose che partono dal cervelletto e riducono lentamente quella che è la motilità. È chiaro che lui dice: le mie ricerche le ho fatte quando ero maturo, a 40 anni quando ero nel pieno della mia disabilita, eppure devo dire che devo anche alla mia disabilita i livelli che ho raggiunto, noi lo potremmo vedere concretamente, lui lo dice: quando io usavo la matita, voi sapete come  “Owking” propone delle dimensioni dell’universo dei buchi neri che sono delle immagini tridimensionali che però sono supportate da calcoli “Stechiometrici” non sono fantasie, quindi dice: quando io facevo le mie figure e potevo usare la mia mano su un foglio di carta che era bidimensionale, in fondo la mia inventività o la mia creatività scientifica erano ridotte. Quando la mia mano non ha potuto più sostenere la matita ho usato il Plotter, cioè, ho usato la possibilità di fare figure tridimensionali all’interno di uno schermo, e la mia creatività è aumentata; quando le mie mani non hanno più sostenuto neanche il bottoncino che premeva il joestik, io ho dovuto immettere nella mia mente tutte le figure tutte le immagini anche i calcoli, e noi sentiremo un collaboratore di Stephen “Owking” che dice: chi ha delle capacità diverse è anche in grado di risolvere problemi diversi, io pregherei la regia di proporre un filmato molto breve in cui c’è lo stesso Stephen “Owking” che testimonia queste cose. Grazie

CENNI DEL FILMATO….1)intervento mi piacerebbe che più persone cominciassero ad imparare questa lingua, perché me la lingua dei segni è la più bella lingua del mondo.2)intervento.. iniziò a perdere l’uso delle mani, e allora si mise a scegliere con cura quei progetti di ricerca che potevano essere affrontati e risolti in modo geometrico cosa che lui poteva fare raffigurandoli nella sua mente. In questo modo ha sviluppato delle capacità degli strumenti mentali che nessun altro aveva, quando non si può più usare una serie di strumenti se ne possono sviluppare dei nuovi che però sono adatti a problemi diversi da quelli affrontati con i vecchi strumenti, e se si è l’unica persona ad essere in possesso di questi nuovi strumenti allora si è l’unica persona in grado di  risolvere certi problemi 3)intervento…fino al 1973 il mio lavoro si è concentrato sulla relatività generale ed è stato riassunto in un’opera che ho scritto con “George Harris” intitolata “ La Struttura su grande scala delle Spazio tempo”. Anche allora mi era difficile scrivere le cose, quindi tendevo a pensare in immagini e diagrammi che potevo realizzare nella mia testa.

Dott. Zucchi: allora quello che noi potremmo pensare sulla spinta anche emotiva di quello che abbiamo visto, è che ciascun disabile è un genio, di fatto noi vediamo quale è la strada lunga difficile, però io credo che la vicenda di Stephen “Owking” ci illumini molto. Stephen “Owking” ha scritto la sua autobiografia e dice: anche quando ho cominciato ad ammalarmi a perdere le forze non solo nella mia famiglia ma tutta la comunità scientifica di Cambridge non ha cessato di avere fiducia profondamente nelle mie capacità, non solo, attorno ad Owking” c’era anche tutta la tecnologia prodotta dall’altissimo livello di Cambridge, allora noi abbiamo visto come Owking” era un centro attorno al quale c’erano delle fiducie delle aspettative altissime, pensiamo alla perdita, Rossellini molto in gamba diceva: “il cervello è una cosa terribile quando viene inutilizzato quando viene guastato” pensiamo allo spreco di tutti i nostri ragazzi che non vengono sollecitati. Quando noi leggiamo all’Art. 13 la legge 104, il primo livello dell’integrazione si chiama Apprendimento subito chiaramente anche legato alla socializzazione, quindi noi ci rendiamo conto di quanto abbiamo perso di quanto non nascondere i ragazzi di quanto non scolarizzarli, non stimolarli, non creare attorno a loro nodi di affetto. Io mi occupo anche di tossicodipendenza, lavoro con Don Ciotti e spesso ci incontriamo per discutere, e Don Ciotti dice: in fondo i tossicodipendenti sono persone che non sono in grado di dare e di ricevere aiuto, si attorcigliano attorno alla sostanza; allora proviamo a pensare alla ricchezza di affetto che c’è attorno ad un ragazzino disabile  la cui presenza testimonia l’importanza di ciascuno di noi vedere allora come l’educazione che si sta sempre di più collegando all’istruzione viene proposto dall’handicap. Forse ci vorrebbero uno più ragazzini in ogni classe per dare questa determinazione solidale che è vera prevenzione, ma uno dei grossi problemi, mi rivolgo anche alle madri, noi sappiamo che ogni ragazzina adesso fa la cura dimagrante qualcuna di loro avrà un pocchino di anoressia, quindi ci si spaventa si chiama lo psicologo, di fatto noi sappiamo che questo è dovuto solo a problemi di omogeneizzazione il modello è sempre quello la bambola Barbie, la persona filiforme, ora noi ci rendiamo conto che noi moriamo di omologazione, per mancanza di diversità, perciò la presenza di una persona in classe magari non bellissima, con dei movimenti scomposti però che è un centro di affetto, quindi questa persona restituisce il messaggio che anche se siamo diversi, non siamo perfetti anche se abbiamo un piccolo difetto possiamo arrivare e possiamo essere sostanzialmente amati, e il grosso problema. Io mi rendo conto ad esempio della forza che può avere, lo dovrei dire concretamente, abbiamo integrato due ragazzini che non si muovevano, avevano 20 anni e ad onore del Provveditorato degli Studi Torino devo dire che ci venne assegnato zero ore, perché erano ultradiciottottenni e non avevano seguito, quindi grazie signor Provveditore, però c’è l’abbiamo fatta lo stesso. Noi abbiamo cercato quella che era la dimensione più alta, cioè, la dimensione dei compagni la dimensione tra i pari, e abbiamo cercato di considerare l’handicappato una persona come noi che può essere toccato uno esperto, come dice Canevaro, una persona con la quale giocare. Noi oggi svolgeremo in fondo uno dei maggiori problemi che è quello della medicalizzazione della psicologizzazione eccessiva dell’handicap, noi i nostri handicappati li abbiamo toccati ci abbiamo giocato, i ragazzi potevano farlo, io forse purtroppo ho una educazione tra gli scout e facevamo dei giochi anche di movimento. Ore la diagnosi terribile che avevano questi ragazzi, era di spasticità diffusa con movimenti scomposti; i ragazzini giocando con loro ad un certo momento sono venuti da me e hanno detto: ma professore c’è Nadia che fa dei movimenti volontari, ma siamo matti. Illustri clinici hanno detto che i movimenti sono scomposti, ma no, io giocando con lei ci siamo resi conto che muove il ginocchio, sinistro ed era vero: cioè da 20 anni Nadia cercava di comunicare con il mondo e questa comunicazione veniva vista come movimento spastico scomposto. Allora abbiamo preso Nadia è stata seduta su una sedia rotelle non sul tappetone, è stato messo un microswitch e adesso fa i compiti in classe adesso parla adesso con questo microswitch abbinato utilizzando la matematica binaria comunica con tutti e ci siamo resi conto che no era un certo momento quella persona isolata, qualcuno ci disse con mentalità di tipo psicologizzante: faciamogli qualche test per vedere, e noi ci siamo resi conto che no c’era bisogno di test, lei aveva vissuto in un bagno di umanità sapeva anche leggere, riconoscere lettere, a incominciato a fare un corso di scrittura creativa a fare le sue poesie. Allora noi ci rendiamo conto che la ricchezza dell’aiuto dei pari la fiducia che è stata data a loro a giocato, in una persona che doveva tacere per sempre a cominciato a parlare, ma pensate alla ricaduta positiva di questi ragazzi, hanno dato vita e voce ad una persona. Uno dei grossi problemi, ci dicono i nostri psicologi, è quello del suicidio dei minorenni, è vero è una piaga, ma questo serve perché la gente non da senso alla propria vita, perché si sente inutile. Allora perché non ringraziare quelle famiglie che attorno a loro figlio raggruppano centinaia di persone, fanno in modo che la nostra società che sta morendo di isolamento di disarticolazione che non ha più piazze non ha più argomenti di collegamento attorno alla persona sia veramente un nodo profondo di affetto. Io credo che questa dimensione è stata portata avanti dalle famiglie, dalla scuola perché la nostra legge 104, e qui dovrei ringraziare tanti che hanno lavorato su questo, ha un modello estremamente positivo, sta a noi ad un certo momento applicarlo collegando la pedagogia dei genitori alla pedagogia della scuola. Grazie

Moderatore: Nedo Pozzi ? C’è qualcuno che vuol fare degli interventi? Sulla relazione del Prof. ZUCCHI ?

Paolo Melchion: sono vice presidente dell’ABC della Lombardia, e ho una bimba lesa. Gli interventi che ho sentito da questi signori come sempre mi danno delle forti emozioni, mi fanno venire dei brividi, e mi piacerebbe agganciare qualche invito alle parole di ZUCCHI, invito a tutti i docenti che sono presenti perché probabilmente non mi capiterà più una occasione del genere. Io ho inserito mia figlia a scuola quest’anno e sono entrato anch’io nel mondo della scuola a conoscere e ad approfondire le problematiche i superamenti dei problemi ma soprattutto mi sono reso conto che i docenti sono un punto talmente centrale nell’educazione non solo dei nostri bambini lesi ma soprattutto di tutti gli altri bambini, qualcuno a chiamato normodotati. Il fatto di inserire nel giusto modo un bambino in una classe un bambino handicappato in una classe, può portare dei riscontri talmente positivi a tutti gli altri bambini che io sono rimasto esterrefatto, ma sono rimasto anche esterrefatto dal fatto che molti insegnanti non sono in grado non hanno voglia, isolano e ghettizzano ancora questi bambini, io vorrei fare un invito a tutti i docenti affinché prendano coscienza di questa nuova risorsa handicap, è una risorsa reale portano degli aiuti agli altri bambini notevolissimi a tutta la classe. Grazie

Moderatore: Nedo Pozzi ?Grazie Melchion.

Prof. ZUCCHI: io credo che sia l’inizio di un dialogo e questo è sempre difficile, cioè io vorrei parlare ai bimbi dei genitori e dire la necessità di questo collegamento che è inerudibile, perché ormai la scuola da sola non c’è la farà più, io credo che ad un certo momento anche la famiglia abbia bisogno della scuola. Però noi siamo stati bombardati, e parlo come docenti, da una serie di dimensioni eccessivamente cognitive, la società sempre che voglia dalla scuola la risoluzione di tutti i problemi che la società stessa crea. Allora io penso che una alleanza in termini positivi per farsi capire il modello che c’è stato dato e in fondo a livello universitario educativo era stato in fondo un modello secondo me che non andava verso la diversità, che non faceva e non sottolineava la diversità, allora io credo che questo preziosissimo filo di dialogo non dobbiamo spezzarlo perché ad un certo momento sembra una tragedia, per noi insegnanti che perderemo il futuro ed è una tragedia anche per le famiglie, per quanto credo che le famiglie sono molte robuste perché non credo nella debolezza delle stesse, so che ad un certo momento hanno saputo resistere e possono dare a noi un contributo incredibile.

Moderatore: Nedo Pozzi ? bene allora adesso chiamerei la Dott.ssa Rita POLO per darci delle informazioni utili per questo corso

Rita POLO: allora chiediamo di avere pazienza in questa prima fase del corso per lo svolgimento dei lavori, in particolare adesso faremo un intervallo e i lavori li riprenderemo alle 11.20 invitiamo anche chi non ha potuto inscriversi per l’eccessiva fila che si è creata all’inizio di avvicinarsi alla segreteria e vorrei leggere l’elenco dei workshop di stasera, perché c’è stata qualche variazione non so se tutti sono al corrente anche rispetto alla brochure in cui venivano indicate le sale c’è stata qualche variazione. Si svolgeranno dalle 15.30 alle 17.30 contemporaneamente, quindi chi sceglie un workshop non può andare in altri; il workshop A con Rizziero ZUCCHI si intitola: La pedagogia della famiglia, pedagogia della scuola e medicina dell’integrazione scolastica e sociale, si svolgerà presso l’aula magna dell’istituto nautico Buccari in Viale Colombo di fronte al bar Mediterraneo; l’apprendimento prosociale con Roberto Roche presso la sala della Banca CIS; il workshop C con Carmelo Masala e Marisa Biondi qui stesso: La valutazione dell’alunno in situazione di handicap con il supporto della famiglia; il workshop F qui ci è stato un cambiamento con Mario Tortello si doveva svolgere domani invece è stato anticipato ad oggi, il titolo è: Stato dell’applicazione della legge 104 esempi di integrazione continuità  educativa presso la sala Golfo dell’Hotel Mediterraneo. Si è resa necessaria una suddivisione di questo workshop per problemi logistici e si svolgerà un altro gruppo di lavoro simile come argomento sarà portato avanti dal Prof. Salvatore Nocera che parlerà anche domani quindi inizia prima con il workshop e poi lo sentiremo in sessione plenaria presso la sala B dell’Hotel Mediterraneo, il titolo è: Stato dell’applicazione della legge 104 i rapporti fra scuola e famiglia e le risorse per l’integrazione. Alle 18.00  riprendono i lavori qui in sessione plenaria presso la sala congressi e dalle 18.00 alle 19.30. Per quanto riguarda le firme degli insegnanti chiediamo anche prima del workshop comunque andrebbero registrati sempre qui, quindi occorrerebbe prima passare a registrare la propria firma di ingresso poi partecipare al workshop e poi a conclusione dei lavori (intervento di Marco Espa)

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