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A B C

RISORSA HANDICAP – LA SCUOLA DELL’AUTONOMIA

CONVEGNO INTERNAZIONALE

CAGLIARI 1999 – AGGIORNAMENTO 2002

INTERVENTI ESCLUSIVI DI CANEVARO, ROCHE, IANES, TORTELLO, ZUCCHI, PETRI, MASALA, ESPA, IMPRUDENTE, NOCERA, MOROSINI, LUDI, GHEZZO, BELLINI, E TANTI GENITORI.

Giornate del 05/03/99 e del 06-03-99

 

sezione 4

 

sezione 1 sezione 2 sezione 3 sezione 4 sezione 5 sezione 6

 

 

Giornata del 06/02

(Ripresa Lavori)

Moderatore: Nedo Pozzi: vi preghiamo però di fare silenzio se no il Prof. Masala si rifiuta di prendere la parola. Se c’è qualcuno che deve entrare è pregato di farlo subito che abbiamo già 10 minuti di ritardo in una giornata che si presenta molto densa.

Prof. Masala: buongiorno, grazie di aver resistito alla seconda giornata, vedo che siete ancora numerosi e così dalla vostra espressione vedo che siete ancora interessati, spero che quanto avete sentito ieri sia stato interessante. Io per quanto riguarda la relazione di oggi cerco un po’ di sfruttare il ….che mi deriva dal workshop che abbiamo condotto con la Dott.ssa Biondi, per quanto riguarda quelle che erano le preposizioni iniziali di discutere su il rapporto fra il danno organico e la riabilitazione funzionale appunto, ho ritenuto operare qualche modifica per adattare alle esigenze che sono emerse durante il workshop sulla base di quelle che sono state le domande che ci sono state poste e le problematiche che sono emerse. Un primo punto che vorrei prendere in considerazione è l’espressione: portatore di handicap. Questo termine ho notato viene ancora utilizzato e viene ancora utilizzato anche da personale tecnico, forse personalmente ho l’impulso di tanto ho l’automatismo ad utilizzare questa parola. Se noi prendiamo la legge quadro la 104 del 92, troviamo che nella stessa viene definito il significato di persone handicappata e automaticamente viene abolito il termine portatore di handicap. Diciamo che l’espressione portatore di handicap è un espressione illegale, cioè in base alla 104 il termine portatore di handicap significa, cioè l’utilizzazione di questo termine significa dare un contributo alla persistenza della situazione handicappata. Il termine portatore di handicap significa che una persona ha un fardello che si porta a presso, uno stato più o meno immutabile, fisso, che deve pesare necessariamente in tutta la sua vita, così una sorta di cotrodono naturale, e quindi quando noi utilizziamo questa espressione stiamo praticamente attribuendoli uno stato che sarà definitivamente così. La legge quadro aderendo a quanto aveva elaborato l’organizzazione mondiale della Sanità sulla base del cosiddetto ICDH che è quello che vi verrà presentato, ha diritto appunto all’indirizzi dell’organizzazione mondiale della sanità, differenziando dei livelli, cioè, un livello che è un livello di patologia un livello di menomazione un livello di disabilita un livello di handicap, cioè, la parola handicap viene posta come qualcosa che deve essere separato e che ha una sua ragione di essere ha una sua consistenza sulla base dell’azione che può derivare dalla menomazione e della disabilita, ma in una situazione in cui c’è un fatto dinamico, e qui è la società e il contesto in cui si trova calato la persona e la contingenza che determina in quel momento la condizione handicappante, quindi la condizione handicappante non è una condizione fissa ma una condizione molto dinamica che deriva da fattori interni o esterni all’individuo, promossa eventualmente dalla menomazione dalla sua ridotta possibilità di funzionamento, ma diciamo che si concretizza nel momento in cui nell’impatto con la società si trova ad essere in quel momento diverso in quel momento con minore opportunità rispetto ai propri pari rispetto a quelle che sarebbero dovute essere le aspettative per quel individuo. Per quello che capite, che non si tratta quindi di un fatto facilmente misurabile, soprattutto di un fatto che potremo considerarlo modificabile o in tempi brevi o in tempi lunghi precisi; si tratta di un fatto che dovremmo registrare presente in quel momento. Diciamo, questa considerazione è una considerazione importante, questa adesione della legge quadro a questo indirizzo dell’organizzazione mondiale della sanità è importante perché cerca di spingere a superamento di tutta una serie di pregiudizi a tutta una serie di idee, di preconcetti e che noi avevamo sulla situazione handicappante, ed inoltre cerca di dare chiarezza comunque di creare una situazione di analisi rispetto a quelle che sono le componenti che possono intervenire nel determinare la situazione handicappante, laddove  per esempio la menomazione rappresenta quella componente più strettamente vicino al fattore organico. Ieri il problema che ci eravamo posti è di vedere come si potesse fare una valutazione in collaborazione con i genitori, in effetti è stato abbastanza difficile parlare di valutazione perché è stato abbastanza difficile capirci sui significati dei termini, c’erano delle richieste che erano delle richieste di valutazione di menomazione pensando di non valutare l’handicap però no, c’erano delle richieste che potevano essere interpretate come richieste di valutazione della disabilita ma sempre pensando che stessimo valutando l’handicap. Quindi dicevo, la menomazione abbastanza vicino come significato a tutte le informazioni che vi può dare l’operatore medico ad esempio, in parte anche quello psicologico, sulla disabilita confluiscono informazioni che potrei dire vi potrebbe dare il fisiatra attualmente per pensare ad uno specialista che si occupa un fisiatra, lo psicomotricista pensando a delle componenti che riguardano il fare e per quanto riguarda l’handicap sicuramente si tratta di un livello in cui non può non esistere il contributo del sociologo, perché in teoria lo specialista ideale della disabilita dovrebbe essere quello che si occupa di interazioni, quindi dovrebbe essere quello si occupa dell’interazioni sociali perciò esperto di sociologia. Il modello ICDH ha subito una evoluzione, un evoluzione che non è ancora pubblicata che potete trovare se volete su Internet nella versione inglese, Janes mi diceva che l’Ericsson sta per pubblicare la versione italiana, e quindi come vedete se fate il confronto troverete che ci sono degli spostamenti delle sostituzioni di termini ……., ICDH 2 è un modello che vuole rappresentare un evoluzione rispetto al modello ICDH in quanto si è osservato, che l’uso di quei termini, cioè, menomazione disabilita ed handicap, portavano a delle incomprensioni costituivano le possibilità di non perfetta comprensione fra i vari livelli soprattutto ciò che veniva rappresentata nel modello ICDH era una certa consequenzialità diretta, cioè, si ha una patologia da questa ne consegue una menomazione, la menomazione condizione la disabilita, la disabilita condizione l’handicap. Questo ci poteva consentire forse direttamente il salto per dire, che uno ha un handicap, posso essere interessato alla sequenza, ma come fatto finale c’è l’handicap. Con il modello ICDH 2 si sottolinea che non c’è necessariamente la conseguenza handicap, così come non c’è necessariamente la necessità che ci sia la menomazione, e ancora, come l’uno e l’altro livello possano contribuire ad aumentare o diminuire l’entità dell’uno o dell’altro livello. Vedete poi che sono state aggiunti anche i fattori contestuali per chiarire meglio, cioè, dei fattori contestuali possono operare nel senso di aumentare o diminuire questi livelli. A questo punto serve qualche chiarimento riguardo ai significati da dare: prendiamo un bambino diabetico, questo bambino diabetico potremmo chiederci? C’è una menomazione? C’è una disabilita? C’è un handicap? C’è lo dobbiamo chiedere ragionando separatamente per questi significati; quale è la menomazione del bambino diabetico: la menomazione del bambino diabetico non è la carenza di insulina, questa è la patologia, ma, il non poter disporre di una buona glicemia in rapporto alle necessità della giornata, cioè, potrei avere un elevato tasso di glicemia dopo un carico alimentare, oppure se faccio una terapia insulinica posso avere, se non c’è stato una sufficiente alimentazione, posso avere un calo della glicemia tanto da andare incontro per esempio ad un coma ipoglicemico, quindi è questo stato di non riuscire ad adattare l’organismo alle esigenze ambientali in quel momento. Per quanto riguarda le attività potremmo dire, intanto vi faccio osservare che il termine disabilita è stato sostituito con termine attività, quindi si parla più direttamente delle componenti positive che ci sono nell’individuo, perciò l’attività rappresentata, immaginate una lastra fotografica dove ci sia il negativo ed il positivo, però il fatto che utilizzi il termine attività mi deve far pensare a tutto ciò che l’individuo può fare, mentre con la disabilita mi rimanda a ciò che l’individuo non può fare, ad esempio non può camminare. Con l’attività mi riferisco al fatto che posso camminare che posso spostarmi che posso guidare un auto, diciamo quello che posso fare poi a prescindere con lo scopo con l’importanza sociale che posso fare, perché questo ci fa saltare a quel termine che nel modello ICDH 2 diventa Partecipation, per cui handicap, questo fastidioso nome che si confonde con il non avere, inizialmente il termine handicap significava: partire penalizzati, no, perché faceva riferimento a quelle corse dei cavalli nei confronti dei quali si stabiliva un handicap quindi una penalizzazione perciò partivano più indietro rispetto agli altri, ecco, questo era il significato del termine. Il termine Partecipazione si riferisce più direttamente: al non poter partecipare ai fatti della vita, quindi non partecipare alle cose della scuola, non poter partecipare al lavoro, non poter partecipare ai divertimenti, quante cose ci possono essere nel partecipare, sono già elencate nel modello ICDH 2, perché poi il modello ICDH è un modello che di classificazione, cioè, dove voi trovate dei codici, quindi trovate tante elenchi di cose di disabilita, elenchi di inattività, elenchi di non partecipazione coloro riferimento computerizzabile, dovendo compilare un modello in cui dovete attribuire un qualcosa che non va bene con questo modello voi potete trovare…., però diciamo ai fini pratici nostri potremmo dire che forse l’elenco è un elenco che può essere soggetto a delle modifiche, che può essere soggetto a degli ampliamenti o a delle diminuzioni. Torniamo al nostro bambino diabetico: per quanto riguarda l’attività, potremmo considerare che non c’è nessuna riduzione dell’attività, perché se esiste un buon controllo della glicemia praticamente può far di tutto, cioè, diventa abbastanza difficile stabilire che cosa non può fare. Assumere la terapia, diciamo è un fatto che va fatto due o tre volte al giorno, quindi diciamo dal punto di vista del tempo che ci vuole per fare questo, non è un portare o ridurre molto le possibilità di attività, quindi potremmo considerare una riduzione minima delle attività. La partecipazione può essere limitata, quindi si può in questo caso non c’è un passaggio necessario attraverso la riduzione delle attività, ma posso dalla menomazione giungere a capire la riduzione della partecipazione, la quale è ad esempio: se a scuola lui deve partecipare insieme agli altri ad una situazione di orario continuato, il pranzo non sarà come quello degli altri ragazzi, ma sarà un pranzo modificato, cioè, dovrà seguire una dieta, sempre che sia disponibili la dieta, forse deve rinunciare al pranzo perché solo a casa avrà la sua…. . In questo caso la riduzione della partecipazione può essere più o meno grande a seconda di come gli elementi contestuali si porranno nei suoi confronti, quindi fino al punto di non poter fare l’orario continuato, ecco, se allora volessimo fare una valutazione della situazione di questo bambino non dovremmo andare a cercare se la memoria a breve termine ad essere ridotta, se c’è una paresi in un arto, se questo arto nella marcia ha una modalità di movimento corretto o scorretto tanto poi da creare eventualmente delle limitazioni etc., potremmo però trovare direttamente, cioè, fare la nostra valutazione e forse anche il nostro Piano Educativo Individualizzato, sulla base appunto delle limitazioni che lui potrebbe trovare nella partecipazione quindi negli eventi sociali in cui si trova ad essere penalizzato e quindi le conseguenze poi che possono organizzarsi forse anche i limiti nella attività che possono organizzarsi, può fare il boy-scout per esempio, bisogna vedere perché boy-scout dopo possano stare una settimana fuori, possano per esempio saltare il pranzo perché hanno fatto un percorso troppo lungo, insomma il tutto costringe ad una pianificazione diversa rispetto a quella che è la normale pianificazione in situazioni di non….Quindi si passa da una menomazione che potremmo in un certo senso considerare abbastanza contenibile da un punto di vista medico a menomazioni che possono essere di natura più grande. Un altro esempio, prendiamo il caso di una dislessia: qualche giorno fa la mamma di una bambino di 8 anni che sta in seconda elementare mi ha telefonato e mi ha detto: io sono molto preoccupata, perché, lei ha visto il bambino ha notato che aveva delle difficoltà nella lettura, però mi trovo difronte a questo problema e mi ha detto: “mamma tu che mi hai generato mi dice se sono scemo? Perché i miei compagni mi dicono che sono scemo, pensa che anche le maestre mi credono scemo perché mi mettono delle note sul quaderno, dove scrivono che io non leggo quanto leggono gli altri, che io non voglio leggere etc. Perché non mi fai stare con mio padre  che fa il giardiniere e che quando io sono con mio padre riesco a fare le cose”? Noi potremmo a livello di menomazione stabilire che c’è una ridotta velocità nella lettura delle parole, nella lettura delle non parole, che la lettura ha una serie di elementi di errore, ma tutto questo livello di valutazione non ci dice quale è il vero problema in quel momento, perché il vero problema in quel momento è la partecipazione, quindi lui ha un alto livello di handicap. Quindi devo decidere l’attribuzione dell’insegnante di sostegno, lo devo decidere sulla base della menomazione cioè del fatto che lui non riesce come gli altri a decodificare ed arrivare al significato corretto di una parola, appunto con la velocità degli altri, o in questo momento devo prendere in considerazione l’elemento non partecipazione; penso che ragionando sulla base del modello ICDh e quindi se stabilisco che l’handicap è la situazione contestuale che si è creata, ridotta autostima del bambino, ridotta autostima degli altri intorno allo stesso, rifiuto del bambino a leggere, richiesta di non andare più scuola, questa è evidentemente il fattore principale, il fattore menomazione diventa un fattore accessorio, almeno riguardo a questa situazione tanto che potrebbe essere anche inutile pensare a degli esercizi specifici che non farebbe perché gli esercizi da lui verrebbero interpretati semplicemente come quel tentativo in più, intanto di dire che è scemo, sono esercizi speciali, e da latra parte come spinta a volerlo inserire necessariamente nell’ambito scolastico. Posso fare un terzo esempio, l’epilessia. Per quanto riguarda l’epilessia dove sta la menomazione? Sta nel fatto che per qualche secondo nell’arco della giornata potrei non disporre della mia coscienza. Una persona normale può regolare i suoi stati di coscienza, in che senso? Nel senso che, abbastanza in modo generalizzato, fra gli individui riesce a stabilire che c’è un momento di non coscienza quando si va a dormire e ci sono i momenti di coscienza quando si deve stare sveglio, ognuno di voi potrebbe dire: ma io mi sveglio facilmente, io faccio una grande fatica ad alzami la mattina; questo rappresenta i limiti di elasticità di questa cosa che potremmo considerare il più pigro metterlo ancora nel range di normalità. Noi, comunque, possiamo decidere quando vogliamo di stare svegli, possiamo anche forzare sulla nostra capacità di coscienza. Nel caso dell’epilessia questo non è possibile nel senso che, può succedere che più volte al giorno, una volta al giorno, una volta alla settimane, una volta al mese, una volta all’anno, uno volta ogni due anni, oltre i due anni non posso più parlare di epilessia, quindi può succedere che per alcuni secondi si abbia una perdita di coscienza. Se pensiamo a quale può essere il livello di riduzione dell’attività, potremmo anche pensare che è niente, cioè nel senso che, se io perdo coscienza per tre secondi la mia attività è ridotta di tre secondi, rispetto alle 24 ore e quindi rappresenta un entità abbastanza trascurabile della riduzione del livello di attività. Riguardo alla partecipazione le cose cambiano, perché appunto ci sono una serie di restrizioni notevolissime: non si può prendere la patente di guida, non puoi fare il paracadutista, non puoi compiere dei lavori che espongano a delle altezze, non puoi fare il servizio militare, quindi ci sono una serie di limitazioni che sono già stabilite per legge a queste si aggiungono poi altre limitazioni che derivano dall’idea che noi abbiamo dell’epilessia. Quanto un insegnante si sente tranquillo difronte alla possibilità che un suo alunno che sa essere epilettico possa perdere coscienza? Allora per lui potrebbe scattare in modo anche inappropriato un piano educativo, una serie di limitazioni una serie di controlli una serie di attività che li ricordano che lui è diverso che lui non può fare le cose che fanno gli altri; voi sapete che ci sono degli olimpionici che hanno l’epilessia e che fanno le gare, era capitato anche che venisse fuori sulla stampa e che nessuno sapeva che lui era epilettico e che tutti lo hanno saputo, perciò possono scattare tutta una serie di elementi che possono ridurre notevolmente la partecipazione per un fatto che per l’80% dei casi con una terapia semplicemente farmacologica ridurrebbe anche quei secondi di possibilità…., però pur anche in situazione di riduzione della sua possibilità di perdere quella coscienza per quei pochi secondi resterebbero attivi tutti quegli altri elementi che si traducono in una riduzione della partecipazione. Dove gli elementi sociali possono agire si possono notare anche in altri situazioni, faccio l’esempio di una persona che è arrivata in una situazione di tetraparesi che è arrivata anche a conseguire una laurea, in cui si era posto il problema della patente di guida, ecco allora il problema della patente di guida si poneva in questi termini: non possibile dare la patente di guida a chi abbia una somma di menomazioni, in altre parole la monoparesi, cioè, se ho una arto che non funziona bene questo mi consente di avere la patente di guida, una diparesi e quindi la tetraparesi, rappresenta una somma di menomazioni per cui non possibile l’attribuzione della patente di guida, perciò la persona che si trovava anche ad avere una laurea a dover fare il consulente pedagogico non era possibile che lo potesse fare con la libertà con le possibilità di spostamento rispetto agli altri. Per cui non è possibile attribuzione della patente di guida, quindi la persona  che si trovava anche ad avere la laurea a dovere fare i consulente pedagogico non era possibile appunto che lo potesse fare con la libertà e con le possibilità di spostamento rispetto agli altri, lui aveva dal punto di vista dell’attività la capacità di guidare perché io avevo verificato che lui sapeva guidare l’auto dall’altra parte guidava anche un mezzo che non richiedeva la patente che era molto più difficile da guidare di un quattro ruote, difficile da guidare normalmente non solo in situazione di ridotta attività. Quindi si trovava in una situazione di ridotta partecipazione, ecco allora, per aggirare l’ostacolo in questo caso è stato necessario che io pensassi ad un altro termine diagnostico in cui  non comparisse la parola tetraparesi, allora ho utilizzato il termine “Sindrome Ipocinetica” eliminato la parola magica tetraparesi e ha reso possibile la questione della patente e lui adesso guida e va a fare le sue belle consulenze nei vari centri di riabilitazione. Non so se questo tipo di discorso vi abbia chiarito, allora il punto primo è: portatori di handicap, per favore non usatelo più, sforzatevi, capisco che ci vorranno anni per togliere questo termine, eliminatelo. Provate a pensare a sostituire la parola handicap con la parola “Partecipazione” forse è più facile di handicap perché handicap così come significato tende un po’ a prestarsi all’equivoco, cioè, ad essere confuso con menomazione e con disabilita, poi bisogna riflettere sui vari livelli; le valutazioni sono separate inizialmente che possono essere fatte separatamente a su vari livelli, ovviamente occorre l’integrazione, forse la necessità di una serie di consulenti diversi serve per poter creare una integrazione una sorte di spinta alla “prociolisti “ che dovrebbe essere quella di mettersi d’accordo su questi vari livelli e vedere come si può nella propria testa poi riuscire a far scorrere i propri pensieri dentro questi livelli senza pensare di fare la riabilitazione funzionale che diventa riabilitazione della menomazione non diventa riabilitazione rivolta alla Partecipazione; nel caso di cui vi ho parlato, dove è stato l’atto riabilitativo? È stato molto semplice, cioè, la sua menomazione è rimasta quella che era, il fatto che io abbia usato “Sindrome Ipocinetica” gli abbia la modificato la menomazione, l’attività si forse glielo migliorata perché poi si è messo a guidare, però guidava già di nascosto o comunque guidava con altri mezzi; sulla partecipazione  ovviamente c’è stata una grossa modifica in quel caso è stato praticamente istantaneo, la sua partecipazione che prima era del 60 % o del 40% è salita al 70% quindi c’è stato questo miglioramento per un atto magico in quel momento. Io vi ringrazio per l’attenzione.

Moderatore: Nedo Pozzi: allora andiamo avanti con il Prof. Dario Janes docente di psicologia dell’educazione all’Università di Trento e condirettore del centro studi Eriksson

Dario Janes: allora buongiorno a tutti. Per me arrivare in Sardegna è una attivazione di un riflesso condizionato, nel senso che lo associo molto bene all’estate al mare per cui mi sento particolarmente ben disposto rispetto al luogo, ben disposto anche rispetto all’occasione, nel senso che credo sia importante riflettere come fa giustamente il tema del convegno su scuola integrante, quale scuola integrante, quale scuola che realizza il pieno dell’integrazione dell’inclusione degli alunni in situazione di handicap. Io partirei per fare qualche riflessione veloce perché il tempo non è molto, da due constatazioni, due dati di fatto che credo pongano le basi di tutto il ragionamento, primo dato di fatto: nella scuola ormai ci si rende conto che non c’è solo l’alunno disabile in situazione di handicap, che porta con se bisogni educativi speciali, ma c’è una pluralità, ormai altissima, di soggetti che hanno bisogni educativi speciali. Quindi dai disturbi dell’apprendimento, di cui l’amico Stella ha parlato, a tante altre situazioni che portano difficoltà di apprendimento, per cui chiedono interventi educativi specializzati per corsi metodologicamente orientati in maniera corretta. Questo il primo dato di fatto che ormai tutti noi condividiamo, il secondo dato di fatto che forse meno condividiamo ma che credo sia fondamentale, su cui poi svilupperò il mio ragionamento, è questo: non si può più pensare all’insegnante di sostegno come unica risorsa per fare interventi rispetti ai bisogni educativi speciali, cioè, o ragioniamo in termini di pluralità di soggetti che danno risposte di sostegno, oppure non usciremo da quella monocultura del sostegno e monocultura vuol dire: separazione, segregazione, cose che ormai ampiamente si sanno. Allora il passo che io vorrei proporvi in questo breve mio intervento, è quello di passare dal modello unica risorsa di sostegno, cioè, l’insegnante di sostegno per cui una risorsa di fatto speciale, nella direzione di una diffusività. Quando si parla di una scuola diffusiva, si parla di una scuola che nella sua diffusività attiva una rete di risorse di sostegno, cioè, sostegno diffuso capillarizzato che diventa modalità collettiva di operare. Questo vuol dire a mio modo di vedere, risorse anche informali e risorse anche esterne alla scuola, vedremo come: attenzione però che questa prospettazione e di una rete di risorse di sostegno un po’ più allargata, non può diventare un alibi per la riduzione delle risorse informali, e chiaro, non si  può dire, sono più esplicito, visto che metodologicamente più interessante più corretto più moderno pensare ad una rete di risorse di sostegno coinvolgendo altri attori, non i può dire: bene allora possiamo tranquillamente ridurre le dotazioni di organico di insegnanti di sostegno. Lo sapete che quest’anno scolastico c’è stata una riduzione a livello nazionale, di 674 unità di insegnanti di sostegno, in altre molte realtà d’Italia ci sono state anche delle sollevazioni; nella mia provincia, nella provincia di Trento, i genitori che gli insegnanti sono andati in piazza per sostenere…. Di fatto poi alla fine a conti chiusi, nella situazione nazionale abbiamo una riduzione di 674 unità, che vi ripeto, non leggiamo questo ragionamento reticolare sul sostegno che si diffonde anche ad altri soggetti come un alibi rispetto alla riduzione invece di quei soggetti che chiaramente devono esserci e sono titolati ……ad operare primariamente in questo campo. Il modello di una rete di risorse di sostegno, io credo che dovrebbe essere una delle strategie base per cercare di costruire quella scuola che intendiamo una comunità solidale che riesce ad integrare ed includere tutte le differenze e che risponde in maniera individualizzata; una delle parole chiave che nella scuola si cerca di portare avanti, è propria quella della individualizzazione; Giacomo Stella prima ha parlato di alcune misure che possono essere e che sono alla base dell’individualizzazione, dispensare alcune cose, usare strumenti alternativi, o didattiche particolari. Allora il modello di una rete di risorse di sostegno si basa su due concetti che sono quelli che vedete in basso sullo schermo: la pluralità di risorse; un giochino che è molto interessante e molto utile nei consigli di classe comunque nei team docenti, quando si progetta l’integrazione di un alunno in situazione di handicap è quello di fare l’inventario delle risorse, cioè, inventariamo tutte le risorse possibile e in alcuni casi ad esempio: i compagni di classe non sono evidenziati in alto nella hit parade delle risorse, come se non esistessero fossero una specie di ……su cui certo si fa l’integrazione, per dire che la prima tattica nei termini di questa strategia inclusiva direte, e pesare in termini di pluralità di risorse, primo, secondo: pensare in termini di collaborazione, di interazioni. La scuola, voi lo sapete molto bene perché la vivete tutti i giorni, è un luogo molto collettivo ma poco interattivo, cioè, si interagisce molto poco; l’ottica reticolare è una ottica che crea, che deve basarsi, una rete è fatta di nodi ma è fatta di collegamenti, siamo nell’era delle reti, le reti sono collegamenti oltre che essere nodi. Se parliamo di risorse dovrei utilizzare questa occasione per dire due cose su tre risorse che io credo debbano arricchire la rete di risorse formali che già sono sul sostegno. È chiaro che non starò a dire niente, ne degli insegnanti specializzati per il sostegno, ne degli insegnanti cosiddetti ordinari, ne degli altri supporti, sanitari, riabilitativi o educativi che presidiano o dovrebbero presidiare costituire la rete delle risposte del sostegno, ma queste tre risorse invece che sono informali, perché l’alunno i compagni di classe …..informali, rispetto ai riabilitatori agli insegnanti; la famiglia è la comunità circostante sono tre categorie amplissime e io credo fortissime e vorrebbero diventare tali in prospettiva da mettere in rete in una scuola inclusiva. Partiamo dalla risorsa alunni, i compagni di classe: su questo io vorrei toccare tre grandi strategie, modo superandi che potremmo attivare: reti di amicizie e di rapporti informali di aiuto; e su questo poi sarò più preciso, io ve li elenco a livello di indice poi entriamo nello specifico; il lavoro e l’apprendimento cooperativo, cioè, piccoli gruppi cooperativi; e il “Tutoring” cioè, l’alunno che insegna all’altro alunno. Vediamo la prima linea operativa: facilitare lo sviluppo di una rete di amicizia; questo credo sia una delle scommesse più alte che una scuola è realmente inclusiva, proporsi, cioè, facilitare, non si può dire costruire perché una rete di amicizia per definizione non si costruisce, una amicizia è un qualcosa un rapporto solidale, una cosa che viene sulla base di una affinità di una attrazione di un qualcosa che non è costruibile pedagogicamente, così non dobbiamo avere l’onnipotenza pedagogica di cui parlava l’amico Stella prima, non è possibile programmare costruire etc., ma è possibile facilitare, creare un ambiente relazionale, un tessuto di relazioni che possa favorire questo. Allora dobbiamo porci il problema del come, se accettiamo l’obiettivo, cioè, il valore dell’obiettivo che tessere una rete informale di aiuto attorno ad un soggetto in difficoltà è importante per l’inclusione, benissimo vediamo come: io ho elencato una specie di piccole liste della spesa di cose che sono utili e sono possibili dal punto di vista educativo più generale. Creare occasioni di vicinanza, di possibilità, di opportunità di interazione; pensate quanto è importante l’organizzare attività extrascolastiche dove si consolidano alcune vicinanza, e qui per esempio il ruolo della famiglia è di estrema importanza, nel sostenerla, nel promuovere questo tipo di espansione esterna, per cui dare molte possibilità, dare molta consapevolezza anche. Si parla troppo poco all’interno della classe con tutti gli alunni quando si fa educazione socio-affettiva, ad esempio e se ne fa sempre di più nelle scuole italiane per fortuna, ma si parla troppo poco….comunica poco rispetto alle amicizie, ai rapporti informali di aiuto come se questo mondo fosse un mondo totalmente privato dell’alunno di cui non si può entrare, invece io credo che sia importante, non per tracciare socio-grammi e fotografare continuamente la realtà interattive etc. per dare consapevolezza di quanto la relazionalità di aiuto sia una risorsa fondamentale per il benessere psicologico e stare bene con se stessi e con gli altri. Valorizziamo in maniera ufficiale questi comportanti, poi il docente ha un ruolo importante nel dichiarare il suo apprezzamento il valore che attribuisce a questo tipo di comportamenti piuttosto che ad altri. Poi c’è tutta la partita un po’ più tecnica in cui si cerca di attivare in maniera diretta strutturata intenzionale alcune abilità cosiddette prosociali. Io credo che il comportamento prosociale, quella capacità di costruire buoni rapporti tra persone, possa e debba essere costruito nella stessa maniera intenzionale sistematica programmata come un qualsiasi altro comportamento, anzi richiede un po’ di più attenzione e capacità perché è più complesso più difficile è molto legato, pensate a quanto è legato alla affettività, alla emotività, alla autostima della persona, all’identità etc., vi risparmio il dettaglio, ma metterci nella prospettiva dell’altro, la capacità di risolvere conflitti in maniera non violenta non aggressiva ma in maniera di mediazione, queste sono abilità prosociali del comportamento prosociale che vanno costruite e sono uno degli elementi che può concorrere. La valorizzazione delle differenze: questo è un altro tema di fondo ormai della scuola italiana, ma non solo nelle differenze della difficoltà ma anche delle differenze della eccellenza, pensate a quanto si stanno diffondendo ad esempio, teorie studi comunque anche applicazioni rispetto alla pluralità dell’intelligenze alla pluralità delle stime di pensiero, alla pluralità delle strategie di apprendimento, cioè, la pluralizzazione anche in quel ambito che veniva una volta considerato abbastanza rigidamente monolitico, l’intelligenza era considerata una, ora nessuno più parla di intelligenza, ma si parla sempre al plurale di intelligenze; quindi valorizzare gli stili, le diversità, che uno possa usare il computer portatile ad esempio sul banco, io credo che il Prof. di Liceo di cui parlava Stella prima che era contrario al computer portatile, lo fosse perché temeva che nel computer ci fossero nelle memorie del computer tutta una serie di dati già fatti già risolti, perché al liceo si è  molto attenti a questo tipo di problematica. Da ultimo su questo schema per quanto riguarda facilitare lo sviluppo di reti di attenzioni di amicizie etc., io vi citerei il fatto di porsi noi come adulti modelli di aiuto reciproco di amicizia di avvicinanza con altri. Quante volte gli alunni ricevono da noi i messaggi  impliciti di modello non di aggregazione tra colleghi di vicinanza e solidarietà ma un po’ di stacco di fastidio, per cui il curriculum implicito quello che passa nella pelle degli alunni e la nostra è molto spesso legato al mutuo riconoscimento e alla mutua solidarietà. Qui entriamo nella seconda e la terza strategia di cui prima vi ho fatto cenno; il lavoro a l’apprendimento cooperativo, il “Tutoring”. Se qualcuno mi chiedesse in questi ultimi tre anni cosa è successo di forte dal punto di vista pedagogico nella scuola italiana e che va nella direzione dell’integrazione delle persone in situazione di difficoltà , io direi : l’apprendimento cooperativo, cioè, in pratica la rivisitazione moderna di quello che è il vecchio lavoro in piccoli gruppi, in modo radicalmente prodiverso dal vecchio modo in  cui uno lavora e gli altri copiano, ma in un modo assolutamente diverso per complimentarietà di ruoli di funzioni con  materiali  adeguatamente disegnato, io direi che questa è una delle cose forti importanti che tra l’altro crea tessuto di relazioni non solo crea efficacia ed efficienza in termine di apprendimento, allora quando gli insegnanti dicono: come posso collocare all’interno delle attività di classe una persona che noterevolmente in svantaggio rispetto a… , ma è chiaro che finché lavoreremo su dei dati .……con monolite davanti che questo sarà difficile, ma se cominciamo a spezzare in piccoli gruppi io credo che i piccoli gruppi debbano essere collaborativi perché altrimenti non ha senso che…..allora potremmo trovare in parte delle risposte a questo. Sull’apprendimento cooperativo, sulle modalità del lavoro cooperativo io vi suggerirei tre questioni importanti a mio modo di vedere, prima questione; il clima di classe: il clima di classe è individuale, competitivo o collaborativo? Perché sarebbe un po’ strano costruire gruppi piccoli collaborativi secondo i manuali che ci insegnano a farlo e poi avere sostanzialmente un atmosfera di classe che è competitiva o che è individualistica, cioè, dove ognuno fa gli affari propri e bene. I gruppi di apprendimento cooperativo vanno organizzati secondo una certa modalità, cioè, non è soltanto dicendo agli alunni, ma questo penso sia ormai nella coscienza nella consapevolezza di tutti: sceglietevi tre amici e lavoriamo assieme su questo, perché questo non è un gruppo cooperativo è scelta di tre amici per fare altro. Ultimo, dell’aspetto ludico, l’aspetto dei giochi, l’aspetto del trattenimento e del divertimento. Anche qui, sarebbe un po’ strano sostenere dal punto di vista didattico la cooperazione tra bambini e alunni e poi sostenere invece una competizione dura, in cui in tutte quelle altre occasioni che la scuola ha in cui si gioca e si fanno delle cose semplici. Si può giocare fare sport anche in maniera non competitiva. Io vengo dal Trentino, e voi sapete che il Trentino è famoso per la marcia longa, quella grandissima gara di fondo non competitiva. Allora se voi fate la marcia longa, trovate dei livelli di competitività cattiva tra persone che non sono degli atleti, persone normali che però si mette il bastoncino tra le gambe per arrivare a 2741° invece di 2742°, allora dobbiamo pensare anche a delle altre occasioni di tipo ludico, sportivo etc., dove si può vincere insieme, quest’anno è stato bello perché ci è stato un exequo collaborativo, nel senso che i primi due sono arrivati assieme forse per motivi diversi ma comunque il messaggio è stato questo. Il Tutoring, anche qua l’alunno che insegna all’alunno, la coppia. Anche questa è una cosa abbastanza tradizionale tutto sommato però pochissimo utilizzata, soprattutto se pensiamo a due cose, prima cosa: il Tutoring serve molto anche a chi lo insegna, perché se io devo, alunno, insegnare qualcosa al mio compagno (fine cassetta)

(inizio cassetta) prima cosa: il Tutoring serve molto anche a chi lo insegna, perché se io devo, alunno, insegnare qualcosa al mio compagno prima di tutto devo dominarlo perfettamente io ma soprattutto negli aspetti metacognitivi, meta, perché devo insegnarlo, per cui è estremamente positivo prima di tutto per me, perciò tutto questo ha portato molte esperienze in cui il soggetto debole fosse messo in un ruolo di Tutor non nel ruolo di chi riceve sempre le istruzioni fatta da manovalanza ma da chi …….. Naturalmente questo ci porta alla seconda considerazione io credo molto importante sul Tutoring, cioè, rompere anche qui il monolite classe aula, uscire fare il tutoring tra classi diverse tra scuole diverse addirittura. La verticalizzazione la scuola dell’autonomia come recita il titolo del convegno, può quando si parla di autonomia organizzativa di flessibilità se non ci flessibilizziamo su queste cose non credo che abbia senso parlarne ancora. Le altre due risorse; allora dei compagni di classi qualcosa si è detto, della risorsa famiglia: nello schema io ho cercato di elencare cosa potrebbe e cosa da in molti casi la famiglia al processo di inclusione integrazione alla scuola. La famiglia è una risorsa fondamentale per l’integrazione scolastica; io parto da questo concetto, a Trento abbiamo sperimentato nel nostro piccolo con un servizio di supporto coinvolgimento di famiglie con una persona disabile e ci rendiamo conto quanto per la scuola sia possa essere una risorsa importante, a vari livelli. Voi date una occhiata allo schema, trovate la famiglia che porta dati di esperienza che porta strategie di intervento utilizzate e trovate utili, pensate a quanto è importante nella formulazione del Profilo Dinamico Funzionale, di cui parleremo oggi nel pomeriggio, l’apporto di varie ottiche, pensate a quanto è importante la famiglia come risorsa nel partecipare alle attività nel portare altri tipi di risorse, quanto è importante come pressione politica, come essere avvocato dei diritti del proprio figlio e dei propri, quanto è importante il ruolo della famiglia che lavora per l’integrazione sociale per l’extra scuola, perché la scuola è intramuraria, invece la famiglia non è a fatto intramuraria perché di proietta in una serie di dimensione di integrazioni sociali che la stessa legge 104 vuole perché parla di integrazione scolastica e sociale, ma poi io credo, la scuola possa e debba sostenere la famiglia; questa è una mia vecchia opinione, la scuola voi direte non è una struttura di supporto alla famiglia, e chiaro ma può diventare risorsa importantissima per la famiglia, ad esempio: con la politica di comunicazione forte; la scuola, visto che Giacomo Stella parlava di difetti della scuola e ne aggiungo uno anche io, i dirigenti scolastici dovrebbero nel loro corso che adesso faranno per il nuovo management scolastico mettere al primo posto anche il discorso di come si comunica con la famiglia con l’utenza, è chiaro che non vendono prodotti non vendono detersivi però dovrebbero stimolare coinvolgimento, stimolare la corresponsabilizzazione e poi attivare anche percorsi di incontro in gruppo, di supporto in gruppo di mutuo aiuto in gruppo, questo la scuola io credo possa farlo, è un bacino di relazione che può diventare ambito di supporto anche di un percorso familiare difficile. ultima schema, la risorsa comunità locale: qui si sta velocissimamente  superando quel concetto di separazione. La scuola è una torre di avorio che non comunica con la realtà circostante; la sta velocemente superando alla luce di una serie di cose che ben conoscete: pensate, sempre di più, le scuole si aprono ad attività  diverse, sempre di più dialogano con l’esterno, se l’autonomia diventerà effettivamente propulsione di queste iniziative, sempre di più avremo l’ascolto dell’esterno, come ho messo sullo schema, la scuola che ascolta quello che accade nella comunità e che dialogo con l’esterno, costruisce qualcosa con l’esterno; avremo una stagione di sempre maggiore responsabilizzazione degli enti locali anche rispetto alla integrazione, con tutte le misure recenti sul decentramento amministrativo, per cui gli enti locali diventeranno sempre più attivi e responsabili rispetto, le scuole sempre più autonome, quindi dovremmo arrivare a delle forme di reticolazione con la comunità di appartenenza sempre più vive, sempre più forti. Chiudo con una piccola provocazione che riguarda il volontariato: in quel servizio di supporto alla famiglia che vi citavo prima che abbiamo messo in piedi 10 anni fa a Trento in maniera sperimentale, abbiamo 160 volontari attivi nel lavoro con la famiglia che reticolano che supportano; allora il volontariato in Italia fa tutto e fa tantissimo in molti ambiti, come mai nella scuola, che è un luogo di estrema rilevanza dal punto di vista sociale, il volontariato, voi direte: è volontariato il nostro lavoro di insegnante, su questo sono d’accordo, ma la attivazione di risorse spontanee per cui il reclutamento, il coinvolgimento, la formazione di queste persone, perché la scuola non accetta, non gestisce, una sfida di alto profilo come questa? Io credo che siano solo le realtà rigide chiuse che rifiutano il volontariato, attenzione, quando io tocco questo punto, il volontariato non deve sostituire nulla, il volontariato deve arricchire, cioè, deve aggiungere qualcosa alla rete di presidi di risorse formali, deve aggiungersi qualcosa, non possiamo sostituire l’insegnante di sostegno con i compagni di classe che lavorano in maniera cooperativa, questo è ovvio anzi deve essere l’insegnate di sostegno che aiuto l’insegnante di classe a fare andare tutti in maniera più cooperativa in modo che anche tutte le altre differenze si integrino e non solo il certificato clamoroso, per cui alla rete di risorse formali si aggiunge il valore in più dei compagni di classe si deve aggiungere il valore in più della famiglia si deve aggiungere il valore in più della comunità; allora facciamo un salto nella direzione, io credo, più moderna di una rete di risorse di sostegno non di pensare sempre alla diagnosi e alla individuazione l’etichetta, attacchiamo questa ad un insegnante e andiamo alla deriva dal punto di vista poi di una reale integrazione.

Moderatore: Nedo Pozzi: ci sarà tempo nel pomeriggio per porgere domande o precisazioni al Prof. Janes. Adesso dovremmo, prima dell’intervallo vi chiediamo un attimo di pazienza e partecipazione, perché viviamo insieme un momento bello e di festa. Dovrebbe entrare una classe perché c’è la consegna del primo premio Risorsa Compagni, però per continuare il discorso del Prof. Stella e del Prof. Janes su una potenzialità della Risorsa Compagni di Classe e amici. Sono pronti per entrare? Allora brevemente vi raccontiamo una bella storia, una storia che stanno vivendo la famiglia Puddu, Mariella e Flavio Puddu con Filippo. È l’anno 1995 e la famiglia si trasferisce un po’ lontano da Cagliari e Filippo dovrà andare alla terza elementare. Quindi dovrà trovare nuovi compagni che possano accettarlo, anche se Filippo grande facilità nel socializzare con tutti, infatti entra subito in maniera veloce nei cuori dei nuovi compagni con molta serenità, gioca, ride e scherza con loro, le compagne lo coccolano i compagni giocano e fanno qualche corbelleria con lui ma soprattutto c’è un bambino di nome Rossano che ha con lui un rapporto che continua anche oltre il tempo del della scuola. Inizia così tra Rossano e Filippo una grande amicizia che cresce giorno per giorno perché Rossano dedica a Filippo la maggior parte del suo tempo libero; con  lui gioca litiga, ride, vive giornate lunghe e spensierate, e Rossano che dice alla mamma: vado da Filippo a mangiare sto a casa sua, e se qualcuno gli chiede perché? Risponde, perché gli voglio bene. È chiaro che è scattato una reciprocità di rapporto tra lui e Rossano che la dice lunga sulle potenzialità di queste amicizie. Insieme fanno tanti progetti per il futuro e il loro più grande desiderio dicono, è comprarsi una Ferrari per andare in giro. La famiglia dice proprio grazie a questo bambino speciale e grazie alla sua famiglia che ha saputo mettere nel cuore questi sentimenti, ed è il papà Flavio che consiglia una targa ricordo. A loro si aggiunge il Sindaco di Capoterra che consegna una targa ricordo.

Marco Espa: ovviamente siccome c’è la reciprocità anche Rossano consegna una medaglia a Filippo in ricordo di questo avvenimento perché il contributo reciproco…..Poi per questo avvenimento ci hanno chiesto di leggere una poesia che hanno composto tutta la classe per questa occasione

POESIA: il mio migliore amico. Filastrocca per Filippo che i miei amici chiaman Pippo e tutti insieme man giù un calippo. Oh che inghippo con Filippo, io mi intrippo, e lui ride grattandosi l’ombelico. È proprio il mio unico amico, e non sarà mai un nemico. Giochiamo spesso con letizia, spesse volte con furbizia e ci compriamo la liquirizia che è una vera delizia. Ed ecco la grande notizia, tra noi ci sarà sempre una vera amicizia. CLAUDIO IMPRUDENTE (Intervista)+Workshop del 6/03/99

Dott. MARCO ESPA

Abbiamo deciso di impostare la relazione come un intervista in accordo con Imprudente e con il suo collega Roberto Ghezzo. In parte lo abbiamo già sentito nel video che è stato proiettato, ma volevamo chiedere: “Che affinità hanno la diversità e il divertimento”.

C. IMPRUDENTE:

Intanto buon giorno a tutti. Sono molto contento di essere stati invitato a questo convegno perché non è mai scontato parlare di cultura dell’handicap. A proposito avete capito come comunico ? (segue assenso e applauso). Credo che il termine “diversità” e il termine “divertimento” hanno la stessa radice “devertere”, ossia volgere lo sguardo altrove. La diversità ha un ruolo importante per l’integrazione, intanto la diversità non è una cosa da sfuggire ma un valore, una risorsa perché ognuno di noi è diverso. La vecchia cultura dell’handicap dice che il problema dell’handicap è di una categoria di persone, ovviamente, gli handicappati poi i genitori degli handicappati, poi degli operatori e degli insegnanti di sostegno; ma la nuova cultura dell’handicap ribalta quest’immagine. Il problema dell’handicap riguarda tutti perché, intanto, a me piace tradurre la parola “handicap” con “difficoltà” e tutti noi abbiamo delle difficoltà, quindi degli handicap, per esempio, la paura della diversità crea un handicap: i bambini delle scuole quando entriamo in classe sono imbarazzati, l’imbarazzo è un handicap. Noi cerchiamo di diminuire l’handicap con il gioco della carrozzina, vuoi spiegare ?.

ROBERTO GHEZZO:

Avete visto che noi andiamo nelle scuole di ogni grado, in particolare nelle scuole materne quando entriamo nella sezione conosciamo i bambini e loro conoscono noi, quindi proponiamo dei giochi. Per esempio: i bambini non vedono nella carrozzina una sedia elettrica, come fanno gli adulti, ma vedono uno strumento col quale giocare, giochiamo col treno, chiediamo ai bambini di smontare la carrozzina e di giocarci. Questo è un conoscere attraverso il gioco molto importante.

C. IMPRUDENTE

Sapete qual è  il vero problema dell’integrazione ? Cambiare una consonante, credo che lo posso dire, l’handicap di per sé è una “sfiga” ma se cambiamo una consonante diventa “sfida”, allora l’handicap rappresenta una sfida da superare le sfide fanno più avvincente la vita. Un disabile nella classe rappresenta una sfida per l’insegnante e questo è un nuovo modo di vedere l’handicap.

Dott. M. ESPA 

Qual è il parere di Imprudente sul ruolo dei genitori ?

C. IMPRUDENTE

Di fare delle iniezioni di fiducia. Di solito i termini che vengono utilizzati per definire la persona disabile non hanno niente a che fare con la fiducia: “invalido”, “disabile” cioè “non abile”; quindi dare fiducia è un ribaltamento di immagine. Mia nonna, per esempio, è stata il primo mio ausilio perché lei non sapeva se io capissi o meno ma mi parlava in continuazione, mi metteva alla finestra e diceva: “Guarda il fornaio ha una storia con la lattaia”. Mia nonna mi parlava per ore ed ore così io intanto riuscivo a collegare le lettere alle parole. Ecco, aver fiducia è il primo passo per il cambiamento culturale dell’integrazione.

Dott. M. ESPA

Secondo la tua esperienza professionale a che punto è l’integrazione nella scuola italiana ?

C. IMPRUDENTE

Rispetto a trent’anni fa dove c’erano le scuole speciali, io sono stato tra i primi ad entrare in una scuola normale, rispetto ai tempi di allora hanno fatto passi da gigante. Adesso gli insegnanti bene o male hanno già visto un disabile o passare per le strade oppure lo hanno in classe. Questa visibilità è molto importante, l’integrazione passa attraverso la visibilità, se non lo vedono non lo conoscono, e quindi ne hanno paura. Il progetto “Calamaio” si basa sulla visibilità, sull’incontro diretto tra la persona disabile e i ragazzi dove c’è uno spazio per conoscersi. I pregiudizi, in fondo, nascono perché non si ha una informazione corretta, bisogna informare, formare e documentare sulle esperienze.

Dott. M. ESPA

Volevo chiedere a Roberto Ghezzo, collega di Imprudente, qual è il loro metodo di lavoro, come si collabora e quanto tempo ci vuole per imparare a diventare ausili comunicativi a persone come Imprudente.

ROBERTO GHEZZO

Non è difficile, come si diceva prima tante volte l’handicap sembra difficile a chi lo vede dal di fuori, in realtà quando si prova con la lavagnetta non è così difficile. Quando andiamo nelle scuole la gente vede me e Claudio come l’operatore e l’utente, io faccio l’assistente e Claudio il disabile, ed è difficile far passare il fatto che noi siamo colleghi. E questa è la cosa interessante dell’handicap, il fatto di sfruttare l’handicap come risorsa educativa perché quando i bambini incontrano Claudio e iniziano a giocare con la lavagnetta il significato educativo di questa cosa è enorme. Si può comunicare anche senza parlare, si può giocare con l’handicap quando riusciamo a trovare le regole, tante volte facciamo questo esempio: se noi ci fossimo dimenticati la lavagnetta e fossimo venuti in Sardegna senza portarla, potevamo stare in adorazione di Claudio Imprudente ma non passava nulla. Il fatto di averla portata ha ridotto l’handicap e ha permesso a voi di incontrare una persona che riesce con creatività – e questa è una cosa che sottolineiamo sempre – a superare le difficoltà. E’ chiaro che questa lavagnetta è stata inventata da Claudio e dal suo operatore quindici anni fa, Claudio non è nato con la lavagnetta, lui prima comunicava con una lavagnetta di legno e con queste stesse lettere che lui indicava con la mano ma questo portava alla sonnolenza dell’operatore. Poi hanno visto che utilizzando lo sguardo si potava fare questa operazione, ci son voluti vent’anni per arrivare a questa lavagnetta, e per mezzo di questa tanti handicap di Claudio si sono ridotti. Questo è il gioco che noi proponiamo nelle scuole, il gioco di essere handicappato attraverso il quale i bambini riducono la distanza, quindi l’incontro diretto con il bambino è importante. Noi citiamo sempre un bambino di Livorno, della scuola elementare, che quando è entrato Claudio non sapeva cosa fare, erano tutti un po’ imbarazzati, poi quando abbiamo iniziato a proporre la fiaba della (?) che ha scritto Claudio, i giochi, ecc., e scattata la scintilla e questo bambino ha preso la lavagnetta e ha detto: “Ma Claudio ti fa male tenere la mano così ?; Le scarpe chi te le compra ?; Claudio ma gli amici ?”.. Alla fine Claudio ha detto “Basta, portatemi via”… E’ interessante che questo bambino si divertiva tantissimo con questo metodo, proprio perché aveva scoperto che si può comunicare.

C. IMPRUDENTE

Un altro segreto per l’integrazione è avere ironia del deficit. Vi racconto un episodio: il professor Canevaro, che ha parlato ieri, un giorno aveva in macchina un suo amico down e un taxista si è affiancato alla macchina, probabilmente il professor Canevaro aveva fatto un’infrazione, e ha urlato: “Mongoloide !”. Il professor Canevaro non sapeva più che pesci pigliare, dopo cinque minuti di silenzio il suo amico down ha detto: “Però ! Ci ha preso !”. Vedete aver ironia è sintomo di autoaccettazione, bisogna ridere con i disabili non aver paura di offendere, bisogna sdrammatizzare la situazione.

 

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