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RISORSA HANDICAP – LA SCUOLA DELL’AUTONOMIA
CONVEGNO INTERNAZIONALE
CAGLIARI 1999 – AGGIORNAMENTO 2002
INTERVENTI ESCLUSIVI DI CANEVARO, ROCHE, IANES, TORTELLO, ZUCCHI, PETRI, MASALA, ESPA, IMPRUDENTE, NOCERA, MOROSINI, LUDI, GHEZZO, BELLINI, E TANTI GENITORI.
Giornate del 05/03/99 e del 06-03-99
sezione 2
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Ripresa Lavori Moderatore: Nedo Pozzi ? il professore Andrea Canevaro direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna. Naturalmente anche dopo questo intervento ci sarà la possibilità di brevi domande. Allora se prendiamo posto e se facciamo un po’ di silenzio assoluto il Prof. Canevaro inizia, il titolo della relazione che va a svolgere è questo: Collaborare per ridurre le condizioni che determinano l’handicap
Prof. Andrea Canevaro: io ringrazio tutti gli organizzatori che ho conosciuto in questa fase per loro molto attiva laboriosa ma che credo sia laboriosi sempre non solo in questa fase della organizzazione di questo corso convegno. Sono state anche così gentili da raggiungermi a Bologna, non solo me, è stata una attenzione una delicatezza una cura dei particolari che è già una indicazione di un modo lavorare, un modo di lavorare competente, quindi noi dobbiamo privilegiare la logica delle competenze e cercare di capire una novità che non è tale ma che noi percepiamo come tale, e cioè, che siamo passati passiamo da una necessità che prima era spesso monomodale, un modo solo per risolvere le cose, una competenza per affrontare un tema, che a volte si dice anche un problema, e adesso invece abbiamo bisogno sempre più della pluri, più competenze, più esperienze, più modi. Se qualche tempo fa vi poteva essere una certa credibilità nel pensare che di fronte ad una questione del tema che noi chiamiamo handicap, ci potesse essere un modo di affrontare quella questione, oggi vacilla questa convinzione alla prova dei fatti e sempre più una situazione di handicap, come si intende a dire, non più tanto una singola persona con un problema con una diminuzione di alcune possibilità dei bisogni particolari, ma più una plurifattorialità, più fattori in gioco che hanno necessità per essere accolti in maniera seria di una plurimodalità di interventi di più competenze di intervento. Io da qualche anno, come qualcuno dei presenti sa, ho l’abitudine di fare in modo che le studentesse e gli studenti si presentino con un breve scritto che funziona in due tappe: un primo scritto, ed è quello che finivo di leggere venendo qui, che riguarda se, tu fai la strada da casa, che vuol dire da casa lontano dalla sede universitaria in altre città in altri paesi all’università, se tu fossi una persona handicappata e lascio aperta la possibilità di quale che sia, per raggiungere la sede universitaria e all’interno della stessa avresti bisogno più di eroismi o incontri civismo, vale a dire: c’è un progetto di integrazione nelle cose, nelle cose che vediamo che viviamo, oppure non c’è, allora bisogna tutte le volte ricorrere a delle misure eccezionali straordinarie. La seconda richiesta che arriva in un secondo tempo, quindi la rivolgerò loro lunedì, anzi lo già risolta mi devono arrivare alcuni lunedì, e quella di raccontare quale è la prima persona handicappata che hanno incontrato nella loro vita privilegiando per chi ha avuto questa esperienza una persona handicappata incontrata nel percorso della prima scuola, cioè, scuola materna o dell’infanzia e scuola elementare. Questa è una cosa che mi permette in qualche anno di avere un buon campione di quelle che sono le indicazioni di questi 25 anni di accoglienza nelle scuole di tutti di persone handicappate. Allora perché racconto questo che non era previsto non era nella relazione inviata, perché entra nella possibilità di vedere le competenze non solo nello specialismo riservato, ma anche nel tessuto sociale nel tessuto comunitario e ci sono competenze che non credono di avere nulla a che fare con le presenze di persone in situazioni di handicap e devono invece accorgersi che hanno molto a che fare, vedi la questione del trasporti, io in passato ho utilizzato molto la struttura ferroviaria e delle stazioni per ragionare su un modo di intendere l’accoglienza che non mi sembra adeguato alle situazioni di handicap, e quello dei percorsi previsti ma particolari; allora chi arriva in una stazione attrezzata deve preavvisare esiste un ufficio posta, a percorsi a posta, un ascensore a posta. Questo non dico che sia brutto, dico solo che non siamo alla altezza di una situazione in cui la situazione di handicap è un punto di incontro non solo di chi ha degli svantaggi derivati da un deficit, ma anche da tante altre situazioni esistenziali, una che riguarda un po’ tutti è l’età, una che riguarda una parte è la gravidanza, una che riguarda una altra parte variabile e strisciante gli incidenti, nello sport nei trasporti. Tutte queste sono situazioni in cui la parola handicap entra sia pure di transizione oppure raggiunta per questioni anagrafiche ma che ha bisogno di una struttura, le competenze si devono incontrare per mettersi insieme. L’altra questione che emerge da queste riflessioni è che ci sono molte volte a proposito delle situazioni di handicap due effetti che bisogna tentare insieme di superare, una è quella di sentirsi …….inadeguati, per cui entra nella mia vita una situazione che non avevo mai pensato di dover affrontare, e improvvisamente mi sento del tutto inadeguato, tutto quello che so non ha nessun valore. Questo può valere per chi è un familiare, per chi è insegnante, può valere per chi è capo scout, può valere per molte situazioni. L’altra situazione che poi è la stessa letta in altro modo, è il pensare che le mie esperienze non sono assolutamente utili, e poi è la conseguenza della prima, mi sento inadeguato, quindi tutto quello che è la mia esperienza non è utilizzabile; allora se sono genitore, crescere un bambino o una bambina potrebbe essere una cosa di cui non ho l’esperienza diretta ma ho tanti elementi che mi hanno permesso di pensare che con qualche consiglio qualche errore che riesco ad aggiustare me la caverò, ma se nasce un bambino con una lesione celebrale tutte le mie esperienze che sono state non solo quelle dirette ma anche quelle a cui ho assistito, ho visto crescere altri bambini altre bambine, allora il trabocchetto di prima scatta anche qui, scatta perché, si possono incontrare specialisti che con le migliori intenzioni confermano questa situazione, per cui dicono: tu d’ora in poi ci penso io, e magari non è poi così, penso io fino ad un certo punto, penso io nel momento in cui sono in contatto con te poi siccome ho tante persone a cui devo dare risposte bisogna che…., allora la richiesta è quella di diventare specialisti, non di annullare gli stessi, e c’è stato anche questo momento nella storia recente in diversi paesi, da noi anche meno che non in altri che hanno avuto una ventata quasi mistica in questo senso, un certo personaggio importante per noi che è “Ronfel Brenner” ha avuto una interpretazione dico parareligiosa quasi sulla necessità che gli esperti grezzi siano i soli ad avere la parola il diritto di parlare e tutti coloro che invece sono professionisti, e quindi gli specialisti, vengano superati o messi da parte, questa è una situazione che avuto un po’ del paradosso che forse come sempre succede ha funzionato come termini di provocazione ha una approfondita che non per quello che veramente in quel momento sembrava volere, io credo che non sia tanto sensato arrivare a quella posizione appunto se non come provocazione, allora le provocazioni hanno molto stili, le provocazioni, come ripete spesso la “Bettier” devono avere però una caratteristica di essere efficaci perché le provocazioni inefficaci fanno del polverone e poi basta. Io non so come sia stata efficace quella provocazione, dico solo che bisognerebbe invece pensare più ad uno specialista più alto forse più capace di avere delle competenze anche di ascolto, di ascolto perché, perché sono cambiate alcune situazioni; ci sono, non dico che siano tutti così, ma coloro che vivono l’esperienza in famiglia ad esempio possono avere costruito con un loro percorso personale una serie di informazioni e quindi anche di competenze molto avanzata che ha come punto debole il fatto di non essermi inserito in un quadro, invece possono esserci delle persone che se hanno incontrato per la loro vicenda esistenziale una sindrome rara hanno cominciato ad esplorare Internet a collegarsi ad avere e hanno molte informazioni, quando hanno un contatto con uno specialista quello che sarebbe importante che avvenisse non è tanto l’annullamento di questa ricerca personale e delle competenze che ne conseguono, quanto la complementarità perché se sono specialista ho un quadro, forse ne sono meno di te, però ti posso aiutare ad collocare le notizie che hai avuto, le esperienze che hai fatto di incontri in un quadro e collocare in un quadro vuol dire storicizzare quindi far perdere certamente dei valori assoluti molto sedutivi a certe proposte, anziché essere la proposta possono essere una proposta forte per certi aspetti meno forte per altri che sta in un quadro ricerca di tentativi, questa è una delle necessità che oggi sentiamo più forti, stessa operazione vale per le altre competenze che si chiamano le competenze degli insegnanti. A volte succede che ci siano delle espressioni nei confronti dei familiari o da parte dei familiari nei confronti degli insegnanti che sono troppo legate alle questioni che io chiamo di carattere per cui bisognerebbe sempre incontrare delle persone che abbiamo carattere che piace a me che usino i modi che piacciano a me; se ragioniamo un po’ più in termini di competenze sfumiamo questa storia dei caratteri, facciamola diventare un elemento meno importante io credo che se noi prendiamo, scusate la banalità dell’esempio, prendiamo uno che debba riparare la televisione, e se è uno che se fare bene il suo mestiere, io sulla questione del carattere forse non ci faccio neanche caso; se uno mi dice: ha un buon carattere, questo mi interessa poco, basta che il televisore sia aggiustato. Quindi è più semplice individuare una competenza nel riparare un televisore, senza dubbio, però se non si delineano delle competenze se il ragionamento è più fondato su una simpatica benevolenza, allora questo è molto fragile, quindi si può capire che bisogna avere dei rapporti molto addomesticati cioè di gente che dice di si che fa sempre delle cerimonie etc., e non che magari dice di no, ma con delle competenze; a me sembra che dalla parte degli insegnanti siano legittimi due modi di rispondere, è molto schematico quello che dico, e cioè, se viene a parlare una mamma o un padre che mi dice: mio figlio, che è un insufficiente mentale grave, io vorrei che imparasse, italiano, storia, geografia, io posso avere due risposte, posso capire e riformulare, e quindi dire si, ma anche avere poi la forza di riformulare se non subito dopo, un po’ come il discorso che faceva anche Vizziero sulla possibilità di avere diverse strategie non una strada ma una mappa e quindi diverse strade; certo per arrivare da qualche parte non per mettersi per strada e poi non arrivare a nessuna parte. Io dico si e quindi ho questo atteggiamento, quale è il rischio? Il rischio è manipolatorio, il rischio della manipolazione di avere degli atteggiamenti che sono tutto sommato molto sedutivi manipolatori etc. però è anche una strategia utile, riformulo, capisco quello che c’è dietro delle parole dette in una certa forma, perché l’immagine della scuola che tu hai è quella, e io adesso me la riorganizzo in base alla mie esigenze. Però è anche legittimo l’altro atteggiamento di dire: guarda che il professionista sono io, l’insegnante sono io, quindi io faccio quello è il mio compito tu dici delle cose che io sto ad ascoltare però poi faccio io, e vi assicuro che non è vincente solo la prima ma anche la seconda e ci sono che dicono: ……..sono seccato perché io vado chiedo etc. però poi riconosco che è un atteggiamento professionale. Quindi abbiamo bisogno, se si viaggia sulla logica delle competenze, sempre di un estremo favore di accoglienza di ogni parola che viene detta, questo può essere un po’ demagogica è quello che accade se ci sono delle persone in situazioni di handicap che devono avere sempre ragione; mi pare che sia un esempio serio di accoglienza di prendere sul serio le persone, bisogna capirle e non dare sempre ragione. Le questioni poi si complicano o meglio si perfezionano se prendiamo dentro questa trama i coetanei, allora diventa molto interessante ragionare in termini di competenze che crescono e che hanno bisogno di avere un rapporto solidale e responsabile. Credo che sia il momento di ragionare su quelle che sono le tante proposte che stanno sorgendo nel mondo a proposito dell’insuccesso scolastico, ad esempio, che è un problema dilagante che si può capire da molti punti di vista; recentemente, io mi soffermo soprattutto su la perdita dei riti di passaggio, i riti di passaggio sono quelli che consentivano per fare le cose semplici di dire al fratellino più piccolo: a quest’ora tu devi andare a letto, ma mio fratello guarda la televisione, quando avrai la sua età guarderai la televisione adesso vai a letto. Era un traguardo a cui arrivare crescere quel tanto da poter stare alzato per vedere la televisione poi ancora un po’ crescere per avere le chiavi di casa. Questi riti di passaggio non sono molto chiari oggi anzi sono molto confusi, da una parte c’è un precocismo , però dall’altra parte una delle scienze prolungate perché non si è mai, e non vedono davanti quelle capacità che ci sono di essere in pari tempo solidali e responsabili, allora sarebbe bene valutare se i vari …………., proposte, che hanno dei loro valori indubbi, che grado di responsabilità solidale possono mettere in gioco, c’è anche un ragionamento economico e sempre più trasversale il successo scolastico le difficoltà scolastiche, c’è anche chi ha ragionato in termini di sindrome e quindi l’ha individuata come una vera e propria patologia da trattare, ma questo è un altro dibattito che non toglie nulla di validità al fatto che un clima solidale e responsabile diminuisca i rischi di insuccesso per cui se i coetanei sono parte attiva, economicamente è un vantaggio se no dobbiamo sempre di più ricorrere a nuovi specialisti a nuovi specialismi, avremo una situazione economicamente sempre mal ridotta inadatta; allora per ragionare anche su un piano pratico ed economico, credo che valga la pena guardarsi attorno e dire dobbiamo vedere le competenze che si sviluppano nei coetanei e renderli capaci di sacrificio, ma di apprendimento in rapporto ai problemi che incontrano; siccome su questo già in parte Rizziero Zucchi si è soffermato io penso che non debba aggiungere di più, voglio però riprendere un piccolo esempio perché ho l’abitudine di tornare su certe cose che io ho usato una piccola storia per dire quello che mi era richiesto al convegno organizzato dall’osservatorio sulle tematiche dell’handicap, il Ministero della Pubblica Istruzione a Roma qualche tempo fa, riprendo la cosa perché mi sembra interessante per capirci siamo in un quarta elementare con un bambino down, questo bambino ha una abitudine di fare degli espropri delle gomme degli altri, le mastica le restituisce che non sono riconoscibili; tutto questo era ammesso, non ammesso legittimato ma ammesso perché dall’inizio del percorso scolastico le maestre, in particolare una che è quella presente dalla prima, ha detto sulle questioni che riguardano i rapporti tra Mirko e il resto della classe ve la dovete vedere voi; noi maestre non siamo quelle che ne difendono Mirko ne difendono gli altri da Mirko, che siate capaci di….. se poi passate a delle azioni che non vanno bene allora interveniamo. Allora su una operazione del genere c’era stata una certa tolleranza se non che Luca che tra l’altro è uno degli amici più cari di Mirko, un giorno a preso Mirko per il collo ha cominciato a dire che non si doveva fare gli atri hanno detto: no lui lo può fare perché è Mirko, allora si è posto finalmente il problema che aspettavano le maestre di avere pazienza, la cooperazione delle competenze non avviene tutta in un giorno, perché le competenze hanno delle maturazioni, si avvia qualche cosa poi uno è pronto e l’altro non ancora, ecco abbiamo ritmi diversi tempi diversi e questa è un po’ il problema quando si dice cooperazione di competenze, abbiamo la necessità di lasciare che si crei una situazione che permette di capire finalmente se bisogna fare un passo avanti, il passo avanti è quello che fa entrare di più nel compito maggiormente importante nella per la scuola che è conoscere apprendere; le risposte che ho avuto in questi anni su i compagni e le compagne di scuola handicappati mi hanno data una certezza bella di una certa naturalezza di incontro per cui con molta naturalezza si è detto lo visto scritto poi ne abbiamo parlato senza eroismo perché l’eroismo di prima è diventato più civismo, però sono sempre un po’ perplesso sul fatto che non siano mai state se non proprio dell’eccezzioni rarissime, costruite delle conoscenze a proposito di questo per cui il sapere di più cosa significa quella sindrome di Down cosa significa lesione cerebrale, alcune situazioni si ci sono però stato un po’ dietro, io non vorrei invece starci dietro vorrei trovarmele, allora si la terza media che fa una lezione in università invitata sulla Genesia del Corpo Calloso, evidentemente non ha pensato solo all’esperienza di starle vicino ma anche fatto si che l’esperienza diventasse una occasione molto importante per conoscere come siamo fatti per strutturare un percorso cognitivo, che non è in contrasto con l’essere gentili, essere responsabili, la capacità di aiutarsi, non è in contrasto anzi lo completa lo fa diventare adulto maturo, non vorrei che la gentilezza l’accoglienza il naturalismo che c’è dietro tutto questo diventi poi qualche cosa che si è vissuto e poi si diventa grandi c’è la discoteca e dopo questa c’è sono gli affari etc.. Devo concludere un punto solo per ricordare, che questa delle competenze che collaborano a bisogno da una parte di tempi, dicevo, dall’altra di una capacità di valorizzazione reciproca, nella stesura di una relazione scritta avevo cominciato indicando poche perle di grandi personaggi della scienza che hanno detto delle cose che sono terribilmente brutte, perché se noi vogliamo troviamo in quasi tutti personaggi della scienza, perché nessuno è indenne dall’avere avuto nei momenti di sbiadimento o che con il senno di poi noi diciamo, alcune questioni che oggi leggiamo nel segno del razzismo dell’esclusione all’epoca magari non lo erano a fatto, allora pazienza e nello stesso tempo capacità di prendere il meglio delle competenze degli altri lasciando perdere se sono anche in compagnia di aspetti ci piacciano o meno poco per niente. E poi l’ultimo punto, poi chiudo, è che questa questione delle competenze ha una dimensione che deve essere di apertura al mondo, le cifre ci dicono che nella parte di mondo in cui siamo la proiezione è sul 2006, noi avremo una riduzione di circa, cifre statistiche sapete bene che possono essere vissute come….. una statistica macro; una riduzione di handicappati del 14%. Mentre l’altra parte del mondo che non mi piace chiamare in via di sviluppo, terzo, avrà un aumento del 43%, allora la cooperazione delle competenze è particolarmente messa alla prova; se noi mantenessimo una certa faciloneria per cui gli esuberi le cose che non sappiamo fare le andiamo a fare a chi pensiamo che non abbia diritto alla competenza perché non sa valutarla, allora continueremo ad imbrogliare il mondo. L’altro giorno suonavano le campane era lunedì era mezzogiorno per ricordare che è cominciato l’assenza di produzione delle mine in una serie di paesi che purtroppo non sono tutti, l’accordo di Hotawa lunedì primo di marzo, le mine in 63 paesi del mondo continuano a produrre un numero indescrivibile di handicappati, che i nostri ragazzi che crescono con il compagno di banco handicappato non sa, questo è grave; mi permetto di dirlo non sul tono del terzo mondismo del missionarismo, e grave proprio sul fatto che non ci sia lo sforzo di integrare nei curricola trovare questo intreccio di competenze anche nelle cose che si studiano.
Moderatore: Nedo Pozzi ? Adesso abbiamo un po’ di tempo per una o due domande al massimo al Prof. Canevaro, ma devono essere domande specifiche non interventi, per i quali ci sarà un apposito spazio, quindi se qualcuno ha una domanda da porgere sulla relazione del Prof., sembra che tutti sono d’accordo e hanno le idee chiarissime. Possiamo andare avanti; abbiamo in sala il Presidente del Consiglio Regionale On. GianMario Selis che ci porge il suo saluto, noi siamo lieti di concedergli la tribuna
On. GianMario Selis: io vi ringrazio della possibilità che mi date di portare a tutti voi il saluto del Consiglio Regionale mio personale, non per un fatto di cerimonia, mi pare che questo non sia l’occasione ne il momento di fare cerimonie, ma perché credo che le cose di cui discutete meritano una attenzione particolare delle Istituzioni che forse spesso sono più distratte. L’attenzione è che io cercavo, concentrandomi sulle cose che dicevate sul titolo, mi pare che sia questa mi capita di, quando partecipo alle vostre iniziative o a quelle come queste, di chiedermi di fare una pausa nella attività quotidiana nella corsa quotidiana, nelle polemiche quotidiane, nei tormentoni logoranti quotidiani per chiedermi: ma dove stiamo andando? Dove stiamo andando noi Istituzioni, ma più in generale dove sta andando questa società, questo mondo; certo si confrontano grandi aree, grandi problemi, grandi schieramenti politici, il nord e il sud del mondo, gli schieramenti politici che conosciamo, si confronta il capitale lavoro; ma forse si confronta in questa fase della storia e ogni angolo del mondo si confrontano due concezioni culturali forse quasi etiche: la concezioni di chi crede, che per i grandi obbiettivi dello sviluppo della produzione del prodotto interno lordo, della accumulazione del capitale degli indici di borsa sia possibile anche sacrificare e utilizzare la persona; la concezione di chi invece ritiene che bisogna servire la persona e non servirsi della persona. Forse nel mondo i grandi schieramenti oggi sono questi, sono chi ritiene che la finalità di questo mondo sia tutto riducibile agli indici della crescita economica, della crescita della borsa, sia riducibile alla competizione che la tecnologia sia un valore assoluto e che tutto il resto e secondario. A questa concessione si sacrificano le persone, si sacrificano gli equilibri, sia sacrifica la stessa qualità della vita; l’altra concezione è quella di chi si sforza con difficoltà di capire invece che l’obiettivo dovrebbe essere la qualità, che lo sviluppo economico non è fatto solamente di indici ma di valori, che lo sviluppo non è niente se non è uno sviluppo civile e se la persona non trova la sua giusta collocazione; di chi crede e si sforza di capire che è possibile rendere la competizione compatibile con la cooperazione, la sussidiarietà compatibile con la solidarietà, l’individualismo compatibile con l’integrazione e quindi di chi crede di chi si sforza di credere e di chi cerca di credere che è possibile coniugare anche crescita economica ma a favore della persona e delle persone, è possibile coniugare tecnologie con qualità sociale, competizione con cooperazione. Allora se questo è lo scontro che stiamo vivendo, è proprio questo, nella concezione dello sviluppo come quantità che si contrappone allo concezione dello sviluppo come qualità, la concezione dello sviluppo come quantità non riesce; questa è la debolezza del nostro sistema mondiale, nazionale, regionale, a valorizzare tutte le risorse. Il problema della nostra società, pensate ai giovani, investiamo miliardi e migliaia di miliardi per farli studiare e poi non sappiamo dargli una collocazione; abbiamo creato un sistema previdenziale che ci consente di andare in pensione ancora giovani, però non sappiamo utilizzare queste risorse. Il problema che ci poniamo oggi è intorno a noi, ci sono risorse misteriose per certi versi che forse non saranno competitive nella concezione dello sviluppo come quantità ma che sono misteriose che sono ricche di sensibilità, di intelligenza e che non riusciamo a valorizzare a pieno; allora il problema di queste due concezioni è se vogliamo ragionare sullo sviluppo come qualità è come valorizzare il sistema delle risorse umane è come ripensare la persona non come slogan ma come sistema delle diversità delle varietà la persona come sistema di cultura come risorsa che implica anche la valorizzazione della debolezza e dei limiti; come valorizzare, cioè la persona come emozione non solamente come un tassello di una concezione forviana o telerista del lavoro. Allora se questo è il nostro sforzo culturale se questo è l’obiettivo che ci proponiamo la scelta dello sviluppo come qualità dello sviluppo come civiltà dello sviluppo come della valorizzazione della persona passa anche ripensamento della persona non solo fattore del lavoro ma persona come valore nelle sue complicanze nelle sue diversità nelle sue anche debolezze, nelle sue emozioni, allora la competenza di cui parlava il Prof. Prima è ascoltare la persona le persone nelle loro diversità, nelle loro debolezze nel loro mistero, nelle loro sensibilità, nelle loro intelligenze e capire come questa concezione così complessa, articolata, diversa delle persone possa essere rinserita nella società e questo vale per i giovani che hanno studiato e che non trovano lavoro, per gli anziani, per i portatori di handicap ma se ci pensiamo vale per tutti noi i quali siamo ciascuno di noi persone diverse che devono trovare nella società, che possono trovare nella società la nostra collocazione in relazione alle diverse reciprocità e alle diverse specificità; per fare questo abbiamo necessità tutti riascoltarci e di reimpararci a riconoscerci; per fare questo abbiamo necessità di rimetterci in discussione di chiederci in fondo da che parte siamo se siamo dalla parte di uno sviluppo fatto solo di indici di competizione, di tecnologie, se siamo dalla parte di uno sviluppo che ritiene di poter crescere forse con meno indici ma con più utilità sociale con più giustizia, con più valore, valorizzando la complessità delle figure umane dei giovani degli anziani e dei portatori di handicap di tutti noi e metterli al centro di questo processo per camminare assieme per fare di questa umanità non un esercito differenziato in cui i più forti usano le persone, invece una comunità in cui le persone sono tutte cittadine del mondo; questo è un grande conflitto mondiale forse ci da l’idea abbiamo la sensazione di perdere questo conflitto, forse abbiamo la sensazione di essere impari coloro che ritengono lo sviluppo come qualità in questo conflitto, lo sviluppo e il conflitto è sempre quello tra Davide e Golia, ma noi pensiamo Davide possa sempre vincere.
Moderatore: Nedo Pozzi Adesso è la volta del Prof. Mario Tortello titolare del Laboratorio Generale presso il corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria a Torino, la relazione che va a proporci è intitolata “Etica della integrazione e aspetti Legislativi “- La famiglia quale risorsa
Prof. Tortello: io ringrazio gli amici dell’ABC Sardegna per questo invito e vi ringrazio per essere riusciti a mettere insieme questa assemblea che riguarda anche altre sale. In questi giorni parlate parliamo della famiglia come risorsa, questa risposta all’invito di una associazione che si pone l’obiettivo preciso di sostenere la famiglia e la vita in famiglia di tutte le persone in situazioni di handicap, credo sia estremamente significativa e parli da sola. Mi hanno chiesto di utilizzare i 29 minuti sviluppando il tema Etica dell’integrazione e gli aspetti legislativi, la famiglia come risorsa. Oliver Sax, lo conosciamo tutti scrive in uno dei libri più belli “Risvegli” che l’esperienza è la sola pietra di paragone della realtà; c’è una esperienza collettiva che dobbiamo tenere presente, ed è l’esperienza nostra tutta italiana di quasi trent’anni di oltre 25 anni di integrazione scolastica nelle sezioni e nelle classi di tutti. Credo che sia importante che la Carta di Lussemburgo 1996 ricordi che l’integrazione scolastica è l’esperienza fondamentale e indispensabile per l’integrazione lavorativa e sociale; io credo che i numeri parlino da soli 117 mila alunni e alunne allievi e allieve in situazioni di handicap presenti oggi nella scuola italiana vogliono dire qualcosa, che 17 mila di questi siano nella secondaria superiore ha un suo significato, che in questi 25 anni le nuove generazioni siano cresciute e continuino a crescere fianco a fianco in classe con altri coetanei in difficoltà, può avere i suoi risvolti da non trascurare; ci sono anche, e queste sono fondanti, tante tutte le esperienze individuali sulle quali siamo chiamati a riflettere, quella di Marco, di Giovanna, quella del bambino e della bambina del ragazzo e della ragazza che abbiamo questo anno in questo ciclo. Quando parliamo di integrazione scolastica non possiamo credo pensare evidentemente alle carte, alla diagnosi funzionale al Profilo Dinamico Funzionale al Piano Educativo Individualizzato o al numero di docenti e per il sostegno che abbiamo e che avremo a disposizione. Certo sono strumenti e risorse importanti, dobbiamo pensare credo eminentemente a quel bambino a quella bambina a Marco a Giovanna alla loro storia alla loro esperienza alla loro famiglia, del resto scusate, non deve essere così anche per tutti (fine cassetta)
(inizio cassetta) alunni, Paolo Perticari, un allievo di Andrea Canevaro ha scritto un libro per Borlati Berlinghieri molto bello si intitola “ Attesi imprevisti” chi opera nell’educazione sa di doversi attendere sempre l’imprevisto, anche il bambino in situazione di handicap più atteso e purtroppo non sempre è così, è sempre inatteso perché si chiede sempre qualcosa di nuovo che riguarda la sua periculiarità la sua originalità. Il titolo dice “etica dell’integrazione famiglia come risorsa” premettetemi di rovesciare l’ordine e di parlare prima della famiglia come risorsa; questa pagina di appunti mi pare cosa ovvia ma mi pare anche un utile promemoria. L’esperienza ci ha insegnato che i genitori sono una grande risorsa non sempre sfruttata dagli operatori anche e proprio nella scuola; l’esperienza ci ha insegnato che nella misura in cui i genitori sono in grado di dare validi contributi ascoltarli e coinvolgerli è importantissimo per lo sviluppo del bambino. I genitori rispetto agli operatori hanno un maggiore investimento, non solo di tempo, ma anche emotivo nei confronti dei loro figli, nessuno, come diceva Zucchi prima, conosce il bambino meglio dei genitori la cui esperienza supera quella di qualsiasi esperto. L’esperienza ci ha insegnato che quando operatori e genitori nel rispetto dei ruoli e delle funzioni lavorano insieme si raggiungono risultati, e poi i genitori non solo danno un quadro più ampio della vita del figlio, ma esprimono anche le aspettative per il suo futuro ci invitano ad pensarlo adulto. Etica dell’integrazione. Pensando ad alcuni punti fermi, credo che la sentenza della Corte Costituzionale numero 215 dell’87 debba essere la magna carta per l’integrazione scolastica e sociale, credo che la sintesi di quella sentenza che ha assicurato e non solo facilitato la frequenza della secondaria superiore possa diventare un manifesto per ogni scuola che fa integrazione; ho provato ad riassumere il ragionamento dei giudici costituzionali, voi sapete che le sentenze, le massime, i principi della Corte Costituzionale hanno valore superiore a quello delle leggi ordinarie. Il manifesto, due pagine: “la scuola è aperta a tutti”, costituzione articolo 34: è necessario superare le sperequazioni che ostacolano il pieno sviluppo personale: è necessario garantire il diritto alle istruzioni malgrado gli ostacoli economici e di qualunque altro genere: è necessario non selezionare a priori ma offrire a tutti pari opportunità: dobbiamo non precludere l’inserimento nei vari ordini e gradi di scuola, perché ad esempio precludere l’inserimento nella secondaria superiore in base ad presunte incapacità del soggetto, significa ritenere insormontabili ostacoli che vanno eliminati o almeno attenuati, significa dare per dimostrato ciò che non è ancora stato verificato, e poi dice il giudice Costituzionale: bisogna evitare interruzioni di positive evoluzioni delle persone, specie, scusate il gioco di parole, in età evolutiva. Il giudice Costituzionale continua: le persone in situazioni di handicap non sono a priori degli incapaci, anzi, in sede scientifica è superata la concezione di una radicale irrecuperabilità, perciò l’inserimento nella scuola ha fondamentali importanza ai fini del recupero è un fattore rilevante di socializzazione può stimolare le potenzialità, quindi, le esigenze di apprendimento e di socializzazione non vengono meno dopo la scuola dell’istruzione obbligatoria, perché, una artificiosa interruzione può comportare rischi di arresto quando non di regressione. “Etica e risorse per l’integrazione scolastica”: io credo che commettiamo un grave errore se pensiamo che l’unica risorsa per l’integrazione scolastica è il docente per il sostegno, le ore di sostegno, oppure che la risorsa fondamentale è il computer super sofisticato pur utile: proprio Canevaro ne ha già fatto un cenno prima, ci ha insegnato e sono anni che alla sua scuola cerchiamo di mettere tutti insieme in atto le cose che sperimentando ci ha detto: ad esempio richiamando l’attenzione alle risorse umane prima ancora che le risorse materiali, richiamando l’attenzione sulle risorse povere grezze, prima ancora che su quelle sofisticate pur utili, e ricordandosi anche delle risorse della storia; un problema non comincia quando incontra noi, il problema è stato affrontato da altri prima di noi, dobbiamo vedere capire che cosa è stato fatto. Fra le risorse umane al primo posto vi è certamente la persona in situazione di handicap per la quale predisponiamo gli interventi che garantiscono il diritto all’educazione, all’istruzione, all’integrazione, c’è un inciso della legge quadro sull’handicap art.12 comma 5, che può sfuggire ad una lettura frettolosa ma che a nostra avviso è l’anima della legge quadro, laddove si dice proprio rispetto al soggetto: le capacità possedute devono essere sostenute sollecitate e progressivamente rafforzate sviluppate nel rispetto delle scelte culturali della persona handicappata, la legge quadro ci invita a porre, a proposito del soggetto, l’attenzione alle potenzialità della persona, non alle capacità residue che sono molto raschiamo il fondo del barile; sul piano educativo credo che noi siamo chiamati non a cercare nelle persone l’elemento più piccolo di presunta patologia, farlo diventare alibi per non intervenire, ma siamo tenuti ad individuare l’elemento più piccolo di salute anche nelle situazioni patologicamente più compromesse, lavorare su questo elemento per costruire tutti i successivi traguardi. Credo sia importante che l’OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, abbia predisposto nuovi criteri sperimentali per la classificazione delle disabilita sul piano internazionale e mentre nel 1980 il sistema di CDH incentrava l’attenzione sulle disabilita, i nuovi criteri ora in sperimentazione, sono costruiti intorno alla attività al “ sa fare” l’OMS chiama a certificare in riferimento al “sa fare “ alle potenzialità e mi pare importante che proprio l’organizzazione sanitaria a livello mondiale giunga questa indicazione. Ho parlato della risorsa umana soggetto si è parlato ampiamente della risorsa coetanei in molti interventi compreso l’ultimo, l’integrazione ha portato vantaggi certo agli alunni in situazioni di handicap ma anche per molti degli altri alunni, un esperienza di integrazione consente di imparare le regole di aiuto di capire chi aiutare quando aiutarlo, come aiutarlo e non fare al posto suo; un esperienza di integrazione è formativa anche perché consente di percepire il compagno in situazione di handicap privileggiandone la normalità nella situazione e così acquisendo anche minor timore delle differenze umane, certo i ragazzi in classe a scuola hanno anche bisogno di tempo e di opportunità per stare insieme senza gli adulti, parlava poco fa il Prof. Canevaro: i saperi della scuola del 2000 anche se non sono indicati in quelle pagine di sintesi e nelle 410 pagine del rapporto della commissione dei saggi, i saperi della scuola del 2000 devono far parte anche quei saperi che sono originati dalla presenza in classe di un compagno o di una compagna in situazione di handicap. La risorsa docenti: quanti anni sono che ci ripetiamo che il docente per il sostegno non può ricevere la delega dell’integrazione scolastica, c’è lo diciamo tutti poi spesso in classe e a scuola capita altro, certo la norma ha molto opportunamente puntualizzato che l’integrazione è dovere deontologico di tutti coloro che la inverano, e quindi vi è bisogno di lavorare insieme sugli obiettivi di classe, di scegliere insieme gli obiettivi di classe e individuali e di avvicinare gli uni agli altri e di farsi che programmazione per tutta la classe e il Piano Educativo Individualizzato non siano, qualcuno diceva, due convergenze parallele, cioè, due cose che vanno avanti ma non si incontrano mai. Allora è proprio vero che di ciò che fa tutta la classe non vi è nemmeno una cosa che può essere fatta anche dal compagno in situazione di handicap, ed è proprio vero che di tutto quello fa il compagno in situazione di handicap non vi è almeno una cosa che può essere fata anche dagli altri compagni; certo vi è bisogno di formazione effettiva dei docenti, di momenti, e forse la finanziaria di quest’anno offre le risorse a questo proposito, di momenti nei quali i singoli consigli di classe i singoli collegi docenti, gruppi di insegnanti e studenti curicolari possono lavorare insieme in un progetto di formazione di servizio, anche se il problema come tutti ben sappiamo è molto più complessivo, ad esempio: io credo che sia corretto dire al Ministro al Governo al Parlamento, visto che il guaio lo ha combinato il Parlamento, che i corsi intensivi per la formazione dei docenti in esubero è una vergogna che deve essere cancellata, cioè l’applauso facciamolo al Ministro quando avrà il coraggio di dire le stesse cose e quando avrà il coraggio di abolire una norma che è perlomeno illegittima perché consegna allo stesso titolo a due persone, l’una ha seguito 1150 ore di corso l’altra 450 ore, io non sto dicendo che 450 ore sono da buttare via sono un segmento formativo possono dare un credito formativo per la specializzazione piena non la specializzazione, su questo punto io credo che occorra far sentire di più la voce perché non possiamo distruggere l’integrazione da 25 anni sulla base di iniziative sporadiche ma che purtroppo riguardano 6000 persone in totale ma che vuol dire un insegnante su 10. La formazione universitaria dei docenti: certo è importante ed è importante che l’università, come dice ancora Canevaro e glielo rubo, sia assuma la responsabilità di formare senza arrogarsi la presunzione del sapere, ma la formazione alle diversità è bagaglio comune di tutti i docenti? O solo di quelli per il sostegno? E se siamo d’accordo che la formazione intorno alle diversità deve essere patrimonio comune a tutti i docenti, perché su 18 università italiane che hanno avviato i nuovi corsi di laurea per maestri solo due hanno indicato pedagogia speciale come obbligatoria per tutti i futuri insegnanti? Specializzazione Universitaria: certo è fondamentale nell’ottica di quello che dicevo prima; ma quale formazione? Una formazione degli insegnanti specializzati di taglio medico-clinico o di taglio pedagogico didattico, i programmi che circolano sono purtroppo per lo più nella prima dimensione e credo sia preoccupante; altra risorsa: capi di istituti: futuri dirigenti scolastici. Conosco ottimi capi di istituto, so che alcune esperienze di integrazione non sarebbero state possibili senza i loro apporto senza la loro costanza di impegno, ma dico anche: genitori, famiglie, pretendiamo dai capi di istituto ciò che deve essere fatto per garantire l’educazione, l’istruzione e l’integrazione di tutti gli allievi. Io credo che sia preoccupante il fatto che se il capo istituto sbagli il bilancio della scuola viene richiamato dalla corte dei Conti perlomeno, se non fa il piano sulla sicurezza sulla legge 262 avrà grane a non finire, e se non si occupa del bambino in situazione di handicap, tutto continua come prima; io credo sia preoccupante, che in alcune realtà, io non conosco la vostra, ma che in alcune realtà italiane i gruppi di lavoro e di studio a livello di scuola non siano nemmeno costituiti; io credo sia preoccupante in alcune realtà non ci si preoccupi mai durante un intero anno scolastico, un intero ciclo di studi, di convocare i genitori pur nella brevità del tempo per individuare i paletti del Profilo Dinamico Funzionale il Piano Educativo Individualizzato e a volte si faccia firmare loro qualcosa nella fretta mentre vengono a ritirare il figlio, io credo che sia preoccupante, se noi lavoriamo per costruire castelli di carta credo che possiamo fare a meno e fare qualcos’altro, credo che sia estremamente preoccupante questo al Ministro è stato detto, ma credo che debba essere fatto qualche passo in più, che i corsi di formazione per i capi istituto finalizzati ad ottenere ……..scolastica, abbiano un curricolo di base e un curricolo elettivo e che credo sia grave il fatto che in un curricolo di base non sia presente l’integrazione scolastica l’individualizzazione dell’insegnamento, ma questo finisse soltanto nel curricolo elettivo se il capo di istituto e futuro dirigente vuole seguire anche quella parte li di corso la segue diversamente segue quello della sicurezza o qualcos’altro. Credo sia preoccupante che la bozza finale che il Consiglio dei Ministri l’altro giorno ha approvato per l’autonomia scolastica, il regolamento della autonomia scolastica, abbia espunto dall’art.1 l’unico e significativo riferimento agli alunni in situazione di handicap, l’Art. 1 si intitola: “natura e scopi dell’autonomia” per quanto debole fosse quel riferimento averlo in quello Art. significava che l’autonomia è finalizzata anche a garantire il diritto all’educazione, all’istruzione e all’integrazione della scuola di tutti; oggi in quella bozza, che dovrebbe essere definitiva e finire nella Gazzetta Ufficiale, l’handicap viene citato soltanto all’Art.4 a proposito dell’autonomia didattica, si parla di flessibilità dell’organizzazione didattica, si indicano possibili forme di flessibilità con un rischio grave, la creazione di gruppi di livello di inserire l’uno o l’altro etc. La risorsa enti locali: gli obblighi e i contributi sono di vecchia data 1971, poi riprese nella legislazione successiva; sono obblighi e contributi che gli enti locali devono dare, ripeto non conosco la vostra realtà, ma credo che sia assurdo come capita in alcune parti d’Italia continuare a fare la guerra sul trasporto da casa a scuola con l’assistenza materiale a scuola n egli orari scolastici almeno degli alunni con handicap più grave sulla fornitura di sussidi e ausili. Noi abbiamo conosciuto un gruppo torinese che ha contatti con altre realtà, persone in situazione di handicap, famiglie che ci dicono: vi sono amministratori che non ci considerano, titolari di diritti soggettivi ma eterni questuanti; il decreto legislativo Bassanini 112 del 98, ripuntualizza male, perché ha bisogno di essere molto più articolato, le competenze di regione e provincia e comuni anche a sostegno dell’integrazione scolastica; a proposito di enti locali dovremo parlare anche dell’aziende USL, ad esempio dell’esigenza di diagnosi funzionali che siano utilizzabili per programmare gli interventi educativi e didattici di équipe multiprofessionali che non siano solo sulla carta ma che sia indifferente effettivo, di momenti di incontro stabiliti con scadenze precise che possono essere brevi, brevi ma effettivi ma reali. In provincia di Torino, per parlare del profondo nord, vi sono insegnanti che fanno la coda all’azienda USL per prenotare il colloquio con il neuropsichiatra, non credo che sia l’ottica dell’integrazione. Concludo: tre parole chiave per quello che possono valere, la prima: non dire mai “grave”, vedo Claudio Imprudente, lo visto ieri per puro caso a Torino e sono contento che ritorni a Torino a fine mese per il congresso …….., vedo Claudio Imprudente e oso ripetere non dire mai “grave” e oso dire che la pedagogia dei genitori è fondamentale, perché se la mamma di Claudio Imprudente non avesse capito che il suo sguardo vivo pieno di asserzioni e di richieste, e mi ricorda Primo Levi di Urbinah, era uno strumento che poteva mettere in relazione Claudio con gli altri, lui probabilmente non sarebbe fiorito, Claudio, io non parlo al posto tuo ma Claudio oggi è la punta di diamante in Italia dell’esperienze relative alla nuova cultura dell’integrazione, il suo girare per la penisola e anche le isole proponendo ad allievi , insegnanti, genitori una nuova cultura dell’integrazione, credo sia un lavoro importantissimo, fondamentale, così come le altre iniziative la rivista …….etc., allora mi chiedo: è possibile che la scuola per i bambini in situazione di handicap grave non abbia nulla da dire? Non abbia nulla da fare? Io credo di no, così come credo che occorra dire no, ed è la seconda parola d’ordine, alle riserve indiane per gli alunni ritenuti in situazione di handicap grave. Il documento conclusivo della Commissione di indagine Parlamentare alla Camera la dove indica la necessità l’opportunità di individuare scuole in cui concentrare alunni con particolare situazione di gravità, che tuttavia non vengono definite non vengono indicate, e poi chiedi: ma chi intendi per i gravi? E ti senti rispondere ad esempio: i sordi. Che sia una risposta inadeguata ed estremamente pericolosa che debba essere rifiutata, così come l’ultima parola chiave a mio avviso, l’avevo accennata all’inizio, sia quella che si concentra “nel pensami adulto” nell’esigenza di pensare le persone in situazione di handicap in minore situazione di handicap non certo come eterni bambini ma come potenziali adulti sostenendoli nella ricerca dell’autonomie di oggi per le autonomie del domani, e vorrei anche dire che estremamente pericoloso colpevolizzare i genitori dicendo: lei sta allevando suo figlio come eterno bambino. Io credo che i genitori non hanno bisogno di sentirsi dire quello che benissimo sanno, hanno bisogno di essere sostenuti nella ricerca dell’autonomie possibili di momento in momento. Concludo: Oliver Sax ci dice ancora: “si può vedere una stessa persona come irrimediabilmente menomata o cosi ricca di promesse e di potenziale” e un drammaturgo Bechet dice, nell’innominabile mi pare da dire ad uno dei suoi protagonisti: “dove andrei se potessi andare, cosa sarei se potessi essere, cosa direi se avessi una voce”. Quando avevo 18 – 19 anni ed ho cominciato ad occuparmi di questi problemi da un altro dei maestri, con il rapporto molto conflittuale ma comunque sempre un maestro che è Francesco Santanera, e mi sono sentito dire: nella società ci sono persone le cui condizioni di vita dipendono esclusivamente da come gli altri vorranno che esse siano trattate, perché sono impossibilitate non incapaci, ma impossibilitati ad difendersi da soli, io credo che intorno a questo concetto possiamo ritrovarci tutti e vi ringrazio.
Moderatore: Nedo Pozzi: le domande per il Prof. Tortello vi prego di lasciarle oggi al workshop. Il Prof. Tortello ha toccato due o tre volte le responsabilità e l’attività del Ministero e noi abbiamo l’onore di avere qui tra noi Luciano Serra Ispettore inviato del Ministero della Pubblica Istruzione
Moderatore: Nedo Pozzi: adesso, grazie all’Ispettore. Adesso ci doveva essere la relazione della Dott.ssa Bellini ma vedo che forse siamo anche un po’ stanchi la rimandiamo alla seduta plenaria di questa sera, che sarà introdotta da una breve comunicazione dei cinque docenti che terranno i workshop, vale a dire i Prof. Zucchi, Roche, Masala e Biondi , Tortello e Nocera, i quali hanno 4 – 5 minuti ciascuno per dire cosa succede oggi, così tutta la sala partecipa.
Marco Espa: Per chiarire le procedure per stasera, allora ripetiamo: i workshop stasera sono: A,B, C, poi F F1, le persone inscritte al workshop D che era previsto oggi purtroppo c’è stato questo problema bisogna trovare un’altra collocazione. Sappiamo che per questioni di sale abbiamo alcuni workshop che sono pieni, quindi diciamo che le persone che non ci stanno devono avere pazienza, noi abbiamo cercato di dare un posto a sedere a tutti docenti chiaramente, ma se a qualcuno proprio interessa un workshop particolare
(Fine cassetta fine mattinanta)
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