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Intervista con il Ministro della Sanità
On. Rosy Bindi
- Sig. Ministro il convegno che noi abbiamo organizzato è intitolato: Come la famiglia
così la società. Come vede lei, non solo per le sue competenze di governo, l
istituzione famiglia come risorsa, anche quando è in difficoltà ?
Senza famiglia si è spaesati e non si crescerebbe bene. O almeno con tanta più fatica. E
questo perché la famiglia è lo spazio naturale degli affetti.
Il calore della famiglia fa crescere insieme il cuore e la mente. Perfino condividere un
disagio o una condizione di povertà o una relazione fatta di grande tensione e di
rapporti problematici è un modo per vivere quella solidarietà incondizionata e gradita
che della famiglia rappresenta il bene più prezioso.
- La famiglia non è un luogo idilliaco. Ma è nostra esperienza che sa adattarsi
spontaneamente alle esigenze anche di uno solo dei suoi membri. Alla luce di questo
concetto, come ha impostato o intende impostare le politiche sanitarie del suo Ministero a
sostegno delle persone portatrici di handicap e delle loro famiglie ?
Potrei dirlo così, parafrasando il Vangelo: gli ultimi devono essere i primi. Un Paese
civile non può dimenticare o abbandonare a se stessi i meno fortunati. Anzi, deve partire
da lì; secondo una priorità che rovescia la scala sociale e si fa carico, anzitutto,
delle fasce più deboli della popolazione.
- In questo periodo di rivisitazione dello stato sociale, non ritiene che le terapie
riabilitative praticate in ambiente familiare, possano essere un modello valido non solo
sociale e sanitario ma anche economicamente vantaggioso, evitando, così, gli enormi costi
che comporta listituzionalizzazione del cerebroleso o dei disabili gravi ecc.?
Sono daccordo, purché lambiente familiare sia in grado di affiancare una
prestazione tecnicamente qualificata ed efficace sotto il profilo sanitario.
Il cerebroleso, in generale il disabile, soprattutto se si tratta di un bambino, va
curato, non solo custodito o assistito. Quindi, la famiglia deve fare la sua parte, ma in
stretta relazione con una competenza terapeutica di alto profilo.
- Restando in argomento, come intende Lei il rapporto tra esperti del servizio sanitario
ed utenti finali? Vede questi ultimi solo come soggetti passivi o come attori sociali? Un
intervento terapeutico va valutato per la sua appartenenza codificata ad una scuola di
pensiero, ad una tradizione o anche, pragmaticamente, per la sua capacità di creare un
ambiente sereno e attivo dove portare avanti la cura?
Un bambino non è un robot da addestrare. Se ha una limitazione, anche grave, deve essere
posto in grado di organizzare comunque un percorso esistenziale autentico e significativo.
E, quindi, deve partecipare alla Sua stessa cura, essere attivo.
Ma questa fiducia in se stesso che deve guadagnare ogni giorno richiede un ambiente
adatto, sereno e stimolante, che sappia sollecitare la sua creatività e la voglia di
vivere
- Può fare un cenno su quali sono le sue intenzioni relative ai lavori della commissione
Doman?
Dobbiamo mettere a fuoco leffettivo profilo scientifico di tutte le tecniche
riabilitative ed impiegare le più efficaci. Favorire, anche in questo settore della
medicina, una evoluzione costante con una ricerca scientifica mirata.
Siamo in un campo che si è molto sviluppato negli ultimi anni e che promette nuovi,
importanti progressi.
- Può dare un saluto ai nostri bambini, alle famiglie, ai convegnisti?
Ai bambini ed alle loro famiglie più che un saluto, vorrei rivolgere un appello: che non
cedano alla rassegnazione ed alla sfiducia. La vita è un dono prezioso, anche quando è
avara. E se ci aiutiamo, la sofferenza di tanti bambini diventa un messaggio di fiducia e
di speranza per una società che ne ha davvero bisogno.

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