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Intervista con il Ministro della Sanità
On. Rosy Bindi

  1. Sig. Ministro il convegno che noi abbiamo organizzato è intitolato: Come la famiglia così la società. Come vede lei, non solo per le sue competenze di governo, l’ istituzione famiglia come risorsa, anche quando è in difficoltà ?

    Senza famiglia si è spaesati e non si crescerebbe bene. O almeno con tanta più fatica. E questo perché la famiglia è lo spazio naturale degli affetti.
    Il calore della famiglia fa crescere insieme il cuore e la mente. Perfino condividere un disagio o una condizione di povertà o una relazione fatta di grande tensione e di rapporti problematici è un modo per vivere quella solidarietà incondizionata e gradita che della famiglia rappresenta il bene più prezioso.

  2. La famiglia non è un luogo idilliaco. Ma è nostra esperienza che sa adattarsi spontaneamente alle esigenze anche di uno solo dei suoi membri. Alla luce di questo concetto, come ha impostato o intende impostare le politiche sanitarie del suo Ministero a sostegno delle persone portatrici di handicap e delle loro famiglie ?

    Potrei dirlo così, parafrasando il Vangelo: gli ultimi devono essere i primi. Un Paese civile non può dimenticare o abbandonare a se stessi i meno fortunati. Anzi, deve partire da lì; secondo una priorità che rovescia la scala sociale e si fa carico, anzitutto, delle fasce più deboli della popolazione.

  3. In questo periodo di rivisitazione dello stato sociale, non ritiene che le terapie riabilitative praticate in ambiente familiare, possano essere un modello valido non solo sociale e sanitario ma anche economicamente vantaggioso, evitando, così, gli enormi costi che comporta l’istituzionalizzazione del cerebroleso o dei disabili gravi ecc.?

    Sono d’accordo, purché l’ambiente familiare sia in grado di affiancare una prestazione tecnicamente qualificata ed efficace sotto il profilo sanitario.
    Il cerebroleso, in generale il disabile, soprattutto se si tratta di un bambino, va curato, non solo custodito o assistito. Quindi, la famiglia deve fare la sua parte, ma in stretta relazione con una competenza terapeutica di alto profilo.

  4. Restando in argomento, come intende Lei il rapporto tra esperti del servizio sanitario ed utenti finali? Vede questi ultimi solo come soggetti passivi o come attori sociali? Un intervento terapeutico va valutato per la sua appartenenza codificata ad una scuola di pensiero, ad una tradizione o anche, pragmaticamente, per la sua capacità di creare un ambiente sereno e attivo dove portare avanti la cura?

    Un bambino non è un robot da addestrare. Se ha una limitazione, anche grave, deve essere posto in grado di organizzare comunque un percorso esistenziale autentico e significativo. E, quindi, deve partecipare alla Sua stessa cura, essere attivo.
    Ma questa fiducia in se stesso che deve guadagnare ogni giorno richiede un ambiente adatto, sereno e stimolante, che sappia sollecitare la sua creatività e la voglia di vivere

  5. Può fare un cenno su quali sono le sue intenzioni relative ai lavori della commissione Doman?

    Dobbiamo mettere a fuoco l’effettivo profilo scientifico di tutte le tecniche riabilitative ed impiegare le più efficaci. Favorire, anche in questo settore della medicina, una evoluzione costante con una ricerca scientifica mirata.
    Siamo in un campo che si è molto sviluppato negli ultimi anni e che promette nuovi, importanti progressi.

  6. Può dare un saluto ai nostri bambini, alle famiglie, ai convegnisti?

    Ai bambini ed alle loro famiglie più che un saluto, vorrei rivolgere un appello: che non cedano alla rassegnazione ed alla sfiducia. La vita è un dono prezioso, anche quando è avara. E se ci aiutiamo, la sofferenza di tanti bambini diventa un messaggio di fiducia e di speranza per una società che ne ha davvero bisogno.



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