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“Dopo la terribile morte di Terry Schiavo del 2005 negli Stati Uniti, anche nella modernissima Italia del 2008, una sentenza condannerà a morire in maniera atroce, di fame e di sete, Eluana Englaro” – commenta Marco Mirai, presidente dell’ABC Sardegna alla notizia della sentenza che autorizza la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione a Eluana. L’ABC vuole favorire una riflessione sul tema dell’eutanasia che non deve necessariamente essere vissuto come ineludibile, ma dovrebbe invece ispirarsi alla propensione alla vita.
Ada e Marco Espa su UNIONE SARDA
Griffo su UNIONE SARDA
Ada Anchisi, Chiara e Marco Espa a Porta a Porta

Come nel 2005, l’ABC prende posizione, “senza alcun giudizio sul papà di Eluana – commenta Ada Anchisi Espa, mamma di Chiara 21 anni, cerebrolesa gravissima – lo ricordo, quando siamo stati ospiti alla trasmissione “Porta a porta”, il suo dolore era grande e lo rispettiamo molto”. Ma oggi per Eluana, non si sta parlando di eutanasia, peggio: questa sentenza non è la vittoria del diritto, ed è pericolosa perché farà giurisprudenza. La politica, il parlamento si dovrà occupare della questione del testamento biologico, che secondo noi non va affrontato solo nell’ottica di “scelte” individuali, ma anche per le sue ricadute sociali.
Infatti la domanda che dovremo porci non è tanto: “una persona in condizioni di gravità estrema ha il diritto di morire?”, quanto piuttosto: “Cosa possiamo fare per prevenire queste situazioni? Quali i sostegni per vivere?”
Prima in modo più subdolo, ora chiaramente si sta dicendo che se si ha una disabilità gravissima non vale la pena vivere. Mentre “noi siamo testimoni – continua Mirai - di quanto l'amore che abbiamo per i nostri figli e la loro stessa vita, pur con tante difficoltà, favorisce una vita più piena e ricca, non solo per noi ma anche per la comunità che ci circonda, è una risorsa”.
Le esperienze di tanti (alcune presentate anche dai media, ma, a quanto pare, facili da dimenticare) dimostrano che il desiderio di vivere non dipende tanto dalla gravità della salute o della disabilità in sé, quanto piuttosto dalla ricchezza della rete di relazioni che avvolge la persona e la sua famiglia, in una società attenta soprattutto alla prestanza fisica e ai risultati individuali e tendiamo a dimenticare che l’essere umano è innanzitutto un essere di relazione, un essere sociale; che l’essenza della qualità di vita è determinata soprattutto dai legami d’affetto.
E’ il vuoto, la solitudine che tutti possiamo sentire che rende il peso della vita insopportabile. Anche con disabilità gravissima, i nostri figli e familiari ci insegnano che la vita ha un valore incommensurabile quando valutata secondo la dimensione umana più vera e più profonda, quella delle relazioni e della solidarietà.
Molti dei nostri figli, fin dalla nascita sono considerati “vegetali”, così come sono state considerate Terry ed Eluana, solo perché nati con gravissime lesioni cerebrali, o senza il dono della parola o dell’uso delle gambe e delle mani, e molti di loro vengono nutriti in maniera artificiale, ma questo non è accanimento terapeutico, in quanto, come anche detto nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, l’alimentazione è un diritto, non è dunque accanimento terapeutico.
Da fatti di cronaca come questo tutti insieme ci dobbiamo chiedere: “Stiamo facendo abbastanza per costruire legami d’affetto e reti di sostegno e di solidarietà fra tutti?”
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